In Cirenaica, tra le colline della cosiddetta “montagna verde” e le tracce immortali delle antiche colonie greche, una missione archeologica italiana sta portando alla luce una necropoli monumentale di straordinaria importanza storica, culturale e simbolica. A dare notizia delle ultime scoperte, avvenute durante la missione del progetto Aliph, è Archeologia-uda Università Chieti sulla sua pagina Facebook.
Il sito si trova nei pressi di Cirene, antica colonia greca fondata nel VII secolo a.C. e oggi patrimonio dell’umanità UNESCO, nella Libia nord-orientale controllata dal Governo di stabilità nazionale (Gsn) guidato dal generale Khalifa Haftar.
Protagonisti di questa impresa scientifica sono Olivia Menozzi (Università di Chieti-Pescara), Oscar Mei (Università Carlo Bo di Urbino) e Serenella Ensoli (Università Luigi Vanvitelli), responsabili della missione di scavo e della mappatura dell’area funeraria dell’antica Cirene.
Tombe rupestri, corredi aristocratici e divinità ctonie
Finora sono state identificate cinque tombe, con una sesta in attesa di scavo. Ma è stata l’ultima ad aver lasciato gli archeologi senza parole. “Abbiamo scoperto tombe rupestri a camera, con facciate architettoniche molto elaborate e sarcofagi incavati nella roccia”, racconta Menozzi.
Nella tomba numero due, detta anche tomba arcaica, sono emersi i resti inumati di tre adulti e alcuni bambini, accompagnati da corredi funerari ricchissimi: ceramica attica, piattini per fiori, piccole anfore per oli profumati, tutti elementi che rimandano a una famiglia aristocratica.
Particolarmente affascinante è l’influenza delle divinità funerarie greche, come Persefone e Demetra, fusa con le antiche credenze locali. Sono infatti emerse testine votive scolpite nel marmo greco – provenienti da Paros, Naxos o Atene – raffiguranti divinità ctonie femminili, simbolo del legame tra i vivi e l’aldilà.
Sepolture familiari e corone d’élite
Le tombe uno e tre presentano loculi multipli con facciate monumentali: secondo le analisi preliminari, si tratta di sepolture familiari che coprono almeno tre generazioni.
Le indagini sul DNA antico, attualmente in corso grazie alla collaborazione con Alfredo Coppa (La Sapienza e Harvard Medical School), potranno confermare la parentela genetica tra gli individui. Alcuni maschi erano sepolti con corone di perline in terracotta ricoperte d’oro e inserti in bronzo, chiaro segno di distinzione sociale e appartenenza all’élite.
La tomba tre custodiva sei individui, tra cui due bambini, mentre la tomba uno conteneva una piccola famiglia di tre persone.
Sorpresa nei sarcofagi: non bambini, ma resti cremati
Un elemento inaspettato ha riguardato due piccoli sarcofagi, inizialmente ritenuti sepolture infantili. Le analisi hanno rivelato invece deposizioni crematorie, pratica rara a Cirene, dove l’inumazione era la norma.
Anche in questo caso, i corredi funerari erano ricchi: anfore per vino, olio profumato, semi e persino fiori. Una testimonianza emozionante del culto dei morti e delle pratiche rituali antiche.
Da Cirene all’oasi di Jarrabub: archeologia e paesaggio
La missione italiana farà ritorno a Cirene a settembre per completare gli scavi. A gennaio, invece, il team si sposterà nell’oasi di Jarrabub, nel deserto libico, per indagare tombe ellenistiche a camera, straordinarie anche per il loro impatto scenografico.
“La Libia orientale è un luogo unico dove l’archeologia incontra la natura – osserva Menozzi – Cirene sorge in una pineta lussureggiante che ricorda i paesaggi della Grecia antica”.
La cultura che unisce: cooperazione tra istituzioni anche in un Paese diviso
Oltre al valore scientifico, la missione rappresenta un modello di cooperazione culturale in un Paese politicamente frammentato. “La cultura unisce, anche in una Libia divisa tra Est e Ovest – spiega Menozzi – Le soprintendenze di Tripoli e Cirene lavorano insieme per gli scavi: due contratti identici, firmati da entrambe le istituzioni”.
Un ruolo cruciale è stato svolto dal consolato italiano a Bengasi, che ha garantito supporto logistico alla missione, e dalla fondazione ALIPH, l’unico fondo globale interamente dedicato alla protezione del patrimonio culturale in aree di conflitto.
“La cultura è uno strumento di pace – ha dichiarato la professoressa Menozzi – L’archeologia ci insegna che la memoria collettiva è più forte delle divisioni. Non importa se si tratta di un sarcofago o di un vaso: ogni ritrovamento è una pagina di storia da leggere insieme”.
Foto: Pagina Facebook Archeologia-uda Università Chieti / Said Alnabe