Studi / Geni ledrensi: dalle palafitte ad oggi, la storia della Val di Ledro raccontata attraverso il Dna

Un viaggio indietro nel tempo, dal DNA degli attuali abitanti della Valle di Ledro fino ai geni di chi viveva nel villaggio palafitticolo oltre 4.000 anni fa. È questo l’obiettivo del progetto di ricerca avviato dal MUSE – Museo delle Scienze di Trento, in collaborazione con il Laboratorio di Genomica delle Popolazioni Umane dell’Università degli Studi di Pavia e l’Ancient DNA Lab di Eurac Research a Bolzano. Lo studio, che coinvolge attivamente la cittadinanza nella ricerca, mette a confronto la popolazione ledrense di oggi e gli antichi abitanti della valle, partendo da una doppia indagine: da un lato l’analisi genetica di 100 volontarie e volontari locali; dall’altro l’estrazione del DNA da resti umani ritrovati nel sito archeologico palafitticolo, tra cui spicca quello noto come “Il Bambino”, rinvenuto nel 1937. 

I ricercatori dell’Università di Pavia al lavoro in laboratorio (credits: Università di Pavia)

I risultati di questa affascinante ricerca verranno presentati domenica 3 agosto alle 10 al Museo delle Palafitte del Lago di Ledro, durante il talk “Geni ledrensi”. All’incontro parteciperanno il divulgatore scientifico e youtuber di “Entropy for Life” Giacomo Moro Mauretto, autore del libro “Italiani veri. Storia evolutiva e genetica del nostro Paese” (Mondadori, 2025), insieme ai genetisti Alessandro Achilli e Nicola Rambaldi Migliore (Università di Pavia) e al ricercatore Hovirag Lancioni (Università di Perugia).

Veduta del villaggio palafitticolo di Ledro, sede territoriale del MUSE di Trento.

Un ponte genetico tra passato e presente 

La ricerca si è sviluppata in due fasi

FASE 1 – Il DNA degli abitanti di oggi 

Sono stati analizzati i campioni genetici di 100 abitanti della Valle di Ledro, selezionati tra persone non imparentate tra loro, con madre e nonna materna nate in valle. L’analisi del DNA mitocondriale (mtDNA), trasmesso per linea materna, ha evidenziato una notevole variabilità genetica anche grazie a molteplici flussi migratori. Il confronto con la vicina Valle Rendena ha evidenziato come la geografia possa fungere da barriera alla diffusione genetica: nonostante la prossimità territoriale, i dati mostrano una maggiore variabilità mitocondriale nella Valle di Ledro, indicando una diversità tipica di una popolazione europea.  

Strumento per l’estrazione della quantità d’osso minima per l’estrazione di DNA antico (crediti: Università Pavia)

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FASE 2 – Il DNA degli antichi ledrensi e il “Bambino” della palafitta 

Parallelamente, ricercatrici e ricercatori hanno lavorato su alcuni resti umani risalenti all’età del Bronzo, circa 4000 anni fa, provenienti dagli scavi condotti nel 1937 nel sito palafitticolo di Ledro. Tra i reperti più significativi dello studio spicca quello di un bambino (LED03) ritrovato supino nella creta del lago e scoperto durante il grande scavo del 1937.

Lo scheletro del bambino di 4.000 anni fa (LED03)

Attraverso il C14 (carbonio-14) è stato possibile collocare la vita del bambino tra il 2135 e il 1960 a.C. e stabilire che al momento della sua morte aveva meno di 10 anni. Altro dato di interesse è che il corredo genetico del “bambino”, studiato attraverso l’analisi del DNA antico, presenta una porzione di geni caratteristica dei popoli delle steppe, in linea con altri siti contemporanei della regione, mostrando come l’età dell’età del Bronzo sia un’epoca di profonde trasformazioni anche a livello genetico. 

Mandibola del bambino LED03

Uno sguardo al futuro: dal DNA all’identità 

Il progetto prosegue oggi con nuove analisi che aprono prospettive inedite. L’Università di Pavia sta lavorando all’approfondimento del DNA di LED03 – il “Bambino”, con l’obiettivo di provare ricostruirne alcuni tratti somatici: colore di occhi, capelli, carnagione, per restituire un’identità sempre più concreta a questo piccolo abitante della Ledro preistorica. Parallelamente, il team di EURAC Research, nei laboratori di Bolzano, sta studiando i reperti da un punto di vista antropologico e paleopatologico, per individuare eventuali traumi, lo stato di salute, la dentizione e, se possibile, le cause della morte

L’obiettivo finale? Rendere visibile questo percorso di scoperta all’interno del Museo delle Palafitte del Lago di Ledro, dove il “Bambino” – conservato al Museo di Antropologia di Padova e fino ad oggi mai esposto – potrà tornare simbolicamente nella sua comunità, grazie alla scienza. 

“Queste scoperte segnano un punto di arrivo importante per il nostro museo, ma è solo un primo passo per gli studi genetici sui resti umani dell’età del Bronzo rinvenuti nelle palafitte”, dichiarano Donato Riccadonna e Alessandro Fedrigotti del Museo delle Palafitte del Lago di Ledro. “Riuscire, dopo 4.000 anni, a recuperare il DNA da resti così antichi, è un processo complesso ma fondamentale per dare voce a storie rimaste finora sepolte nel tempo. La ricerca scientifica ci sta consentendo di svelare origini, migrazioni e mescolanze che hanno plasmato la comunità ledrense e che il nostro museo intende raccontare unendo passato e futuro del nostro territorio”. 

Immagine in apertura: Particolare del cranio di un abitante di Ledro di 4000 anni fa (LED01)

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