Un eccezionale cratere apulo recuperato dai Carabinieri TPC con altri 11 reperti trafugati | LE FOTO E IL VIDEO

Un altro successo nella tutela del patrimonio italiano: il Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Venezia ha riconsegnato nei giorni scorsi allo Stato 12 reperti archeologici di eccezionale pregio, sequestrati durante complesse indagini avviate nel 2024. I beni, sottratti al mercato illecito, rappresentano testimonianze fondamentali della produzione ceramica e artistica tra VIII e IV secolo a.C.

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Il nucleo della restituzione è un cratere apulo a figure rosse alto 150 cm, decorato con sovradipinture in bianco e giallo. Un’opera rara non solo per dimensioni, ma per la qualità della resa figurativa, attribuibile ai grandi atelier della ceramica apula tardo-classica.

Il cratere apulo: un capolavoro del IV secolo a.C.

Il vaso, dotato di protomi grottesche modellate a rilievo, presenta un complesso programma figurativo su tre registri. Sul lato A, nel registro superiore, compare un consesso di divinità olimpiche: Zeus al centro, affiancato da Ares, Atena, Afrodite ed Eros, in una scena che richiama modelli del Pittore di Dario e delle botteghe tarantine.

Nel registro mediano spicca una scena dinamica di quadrighe in corsa: due figure femminili — probabilmente Demetra e Persefone — fuggono su un carro, mentre una figura maschile armata, forse Ade, le insegue in un secondo veicolo, alludendo al mito del rapimento di Kore.

Nel registro inferiore, figure giovanili e maschili convivono con animali fantastici, incluso un drago cavalcato da una giovane, raro motivo nella ceramica apula.

Sul lato B, al centro, campeggia un naiskos (un piccolo tempio) ionico con scena di offerta al defunto: una tipica iconografia legata a contesti funerari aristocratici.

Gli altri reperti: un corredo d’élite

Accanto al cratere, i carabinieri hanno recuperato e restituito altri 11 reperti di valore: un’hydria a figure rosse; una kylix a figure nere; una oinochoe e una lekythos decorate; una tanagrina in terracotta; due askoi, uno antropomorfo in terracotta e uno in bronzo; una piccola kore in bronzo; una testina fittile; uno specchio in osso con decorazione a sbalzo e un balsamario in vetro.

Molti di questi oggetti provengono con buona probabilità da contesti funerari di rango elevato, come indicano stile, iconografie e materiali.

Dalle indagini al recupero

Le operazioni, coordinate dalla Procura della Repubblica di Venezia, sono iniziate nel 2024 durante un’ispezione in un palazzo vincolato veneziano. Le successive perquisizioni a Venezia e Torino hanno permesso di sequestrare i reperti, rintracciati in ambito privato e in un’azienda del settore antiquario.

Gli accertamenti hanno dimostrato l’assenza di titoli di proprietà validi e la probabile origine da scavi clandestini. La normativa italiana prevede infatti che i beni archeologici rinvenuti nel territorio nazionale appartengano al demanio culturale, salvo prova contraria antecedente al 1909.

Una nuova vita museale

Dopo il dissequestro, avvenuto nel marzo 2025, i reperti sono stati affidati ai Musei Reali di Torino e alla Soprintendenza di Venezia e saranno presto valorizzati presso il Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, dove entreranno in un percorso dedicato alla ceramografia magnogreca.

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