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Che i “marchi di fabbrica” non siano un’invenzione moderna è ben noto: basti pensare ai bolli impressi dalle officine romane sul fondo di vasi e ceramiche prima della cottura, che consentono di conoscere la provenienza dell’oggetto e a volte anche il nome del proprietario della bottega o dell’artigiano che lo aveva realizzato1. Anche nel mondo greco, in particolare ad Atene e in Magna Grecia, i pregiati vasi a figure nere o rosse recavano spesso iscrizioni dipinte a mano prima della cottura, vera e propria firma lasciata dall’artista, sia in veste di vasaio che in quella di pittore: è il caso, ad esempio, del Cratere di Sarpedonte, realizzato dal ceramista Euxitheos e dipinto a figure rosse dal ceramografo Eufronio intorno al 515 a.C.

marchi di fabbrica Qurayyah
Particolare della decorazione di una delle ceramiche di Qurayyah (©Qurayyah Joint Archaeological Project)

La prassi, però, sembra essere molto più antica: risalirebbe ad almeno 3.200 anni fa, secondo una nuova ricerca basata sull’analisi dei recipienti dell’Età del Bronzo provenienti dall’oasi di Qurayyah, nell’Arabia nord-occidentale. Lo studio, realizzato da un team internazionale coordinato da Marta Luciani dell’Università di Vienna in collaborazione con Pamela Fragnoli (Istituto Archeologico Austriaco presso l’Accademia Austriaca delle Scienze) e Johannes H. Sterba (TU Vienna), è stato pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One.

La ricerca ha permesso anche di appurare che la ceramica presa in esame, già nota agli archeologi come “ceramica midianita“, era di produzione autoctona: una bella sfida in un territorio che, come l’oasi di Qurayyah, era povero di acqua, argilla e combustibile. Nonostante ciò, le comunità che qui vivevano riuscirono a dar vita a una tradizione ceramica con caratteristiche autonome e ben distinguibili dalle altre, inserendosi nella vasta rete che collegava la penisola arabica al Mediterraneo orientale e alla Siria.

marchi di fabbrica Qurayyah
Riprese aeree dell’oasi di Qurayyah effettuate con un drone (©Qurayyah Joint Archaeological Project)

Da produzione locale a marchio di fabbrica

I primi esemplari di ceramica dipinta di Qurayyah risalgono a circa 3.600 anni fa. Nel corso dei secoli la produzione continuò ad evolversi fino a raggiungere, circa 3.200 anni fa, caratteristiche e decorazioni originali, caratterizzate da motivi bicromi raffiguranti animali e scene rituali con figure umane.

Proprio questa particolare combinazione rappresenterebbe, secondo gli studiosi, la “cifra”, caratteristica e unica, della ceramica prodotta nell’oasi di Qurayyah, una sorta di “marchio di fabbrica” riconoscibile anche molto lontano dal luogo in cui i recipienti venivano prodotti.

Mappa con l’ubicazione di Qurayyah, Tell el-Kheleifeh, Pella e degli altri siti oggetto della ricerca. Mappa creata con QGIS; dati cartografici di base provenienti da Natural Earth (pubblico dominio, http://www.naturalearthdata.com/). [dallo studio citato]

La loro circolazione, infatti, è documentata per centinaia di chilometri, dal sito di Tell el-Kheleifeh, all’estremità settentrionale del Golfo di Aqaba in Giordania, al santuario di Timna nel deserto del Negev, dedicato alla dea egizia Hathor, fino all’Arabia settentrionale.

La tradizione ceramica di Qurayyah, inoltre, non scomparve con la fine dell’Età del Bronzo: la produzione rimase legata all’oasi per altri mille anni circa, arrivando fino alla tarda Età del Ferro.

Come si riconosce un marchio di fabbrica?

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio il tentativo di definire che cosa possa essere considerato un “marchio di fabbrica” in una società così antica. Gli archeologi hanno individuato una serie di caratteristiche che, considerate nel loro insieme, permettono di riconoscere questo fenomeno: un’identità visiva precisa (simile al moderno “logo” di un’azienda), una certa uniformità dei materiali, la continuità delle tecniche produttive, la produzione concentrata in un determinato luogo, la circolazione commerciale su lunga distanza, la presenza di imitazioni locali e una reputazione ben riconoscibile.

marchi di fabbrica Qurayyah
Ceramiche di Qurayyah (©Qurayyah Joint Archaeological Project)

Un brand ante litteram

Per arrivare a questa conclusione, il gruppo di ricerca ha lavorato in maniera multidisciplinare utilizzando le più moderne tecnologie, dalla microscopia a luce polarizzata allo studio della composizione chimica degli impasti. Il confronto dei diversi dati ha permesso di collegare i reperti alla produzione di Qurayyah e di ricostruirne la successiva diffusione.

«La nostra scoperta dimostra che anche nelle oasi desertiche, dove risorse fondamentali come l’acqua, il combustibile e l’argilla erano limitate, le comunità locali erano inserite in reti più ampie», spiega Marta Luciani. Le popolazioni dell’oasi svilupparono infatti competenze proprie, mantenendo al tempo stesso rapporti tecnologici e commerciali con le regioni vicine.

La ricerca suggerisce quindi che già nell’Età del Bronzo i produttori di ceramiche puntassero a creare oggetti originali e chiaramente riconoscibili, dotati di caratteristiche che li rendevano appetibili e ne favorivano l’ampia circolazione commerciale. E così facendo, diedero vita a veri e propri “brand” molto prima della nascita della moderna economia di mercato.

📘 Fonte scientifica

  • 📄 Marta Luciani, Pamela Fragnoli, William D. Gilstrap, Johannes H. Sterba, Doralice Klainscek, Joseph A. Greene, Stephen Bourke, Paul Donnelly, Creating a brand. Genesis, transformation and diffusion of Qurayyah Painted Ware
  • 📚 PLOS One, 2026
  • 🔗 doi.org/10.1371/journal.pone.0351296
  1. Uno dei repertori più noti, che raccoglie i sigilli provenienti da ceramiche italiane in terra sigillata, è il Corpus Vasorum Arretinorum. Iniziato dall’archeologo tedesco August Oxé (1863-1944) nel 1896, fu pubbliicato nel 1968 con la revisione di Howard Comfort (1904-1993). Il Corpus Vasorum Arretinorum è consultabile online. ↩︎

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