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Un nuovo accesso a un cunicolo sotterraneo, un edificio in muratura ancora da interpretare e nuove indagini attorno a uno dei depositi rituali più importanti della Tarquinia etrusca. La campagna archeologica 2026 sulla Civita di Tarquinia, condotta dall’Università degli Studi di Milano nell’ambito di Tarquinia Project, aggiunge nuovi elementi alla conoscenza dell’antica città e apre ulteriori interrogativi sulla funzione degli spazi monumentali e sacri.

Tarquinia Project scavi
Pianoro della Civita di Tarquinia, porzione occidentale dell’area di scavo del ‘complesso monumentale’ (archivio Progetto Tarquinia, Università degli Studi di Milano)

Le indagini hanno interessato oltre 700 metri quadrati nel corso dell’ultima campagna, distribuiti fra quattro settori già aperti e due nuove aree. Il totale delle superfici scavate nell’ambito del progetto supera così i 10.000 metri quadrati, all’interno di un contesto frequentato per oltre un millennio e caratterizzato da successive trasformazioni architettoniche, produttive e rituali.

Un nuovo accesso al cunicolo sotto la strada della Civita

La novità più immediata della campagna 2026 riguarda il settore sud-occidentale del sito, dove gli archeologi hanno individuato un nuovo accesso a un cunicolo artificiale. Il passaggio si trova lungo la strada che attraversa l’area archeologica da nord a sud e si inserisce in un sistema di cavità sotterranee già oggetto di studio.

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‘Complesso monumentale’ della Civita di Tarquinia, i nuovi settori di scavo nei pressi del pozzo sigillato sormontato dall’arco monumentale (archivio Progetto Tarquinia, Università degli Studi di Milano)

A est del nuovo accesso sono emersi edifici e altre strutture databili all’età tardo-ellenistica e romana. Questi resti si collegano a un elemento particolarmente significativo del complesso: un ipogeo dotato di sei pilastri e comunicante con la superficie.

La relazione fra le strutture in elevato e gli ambienti sotterranei è uno dei punti centrali della ricerca. Occorre infatti stabilire se gli spazi appartenessero a un unico progetto architettonico, se fossero stati realizzati in momenti differenti oppure se avessero assunto funzioni diverse nel corso dei secoli.

L’edificio monumentale ancora da interpretare

Un altro settore di scavo, nella parte nord-occidentale dell’area, ha restituito nuove informazioni su un importante edificio in muratura. Le fondamenta, conservate in buone condizioni, permettono di riconoscerne la pianta e di approfondire la conoscenza delle sue fasi costruttive.

Gli archeologi si sono concentrati sui livelli di fondazione e sulle testimonianze più antiche presenti nello stesso settore. Sono emerse fornaci, aree destinate ad attività artigianali e tracce di strutture a capanna, elementi che documentano una frequentazione articolata dello spazio prima delle successive trasformazioni monumentali.

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‘Complesso monumentale’ della Civita di Tarquinia, edificio in muratura rinvenuto nella porzione nord ovest dell’ara di scavo (archivio Progetto Tarquinia, Università degli Studi di Milano)

La domanda principale riguarda la funzione dell’edificio: che cosa avveniva al suo interno? Quale ruolo svolgeva nell’organizzazione dell’area sacra? E come si inseriva nelle attività della comunità tarquiniese nelle diverse fasi della sua storia?

Sono interrogativi ancora aperti. Per affrontarli, gli archeologi devono mettere in relazione la forma delle strutture con i materiali rinvenuti, le successioni stratigrafiche e le trasformazioni dell’intero complesso.

Come spiega Matilde Marzullo, responsabile del cantiere e docente di Etruscologia all’Università degli Studi di Milano, interpretare un contesto archeologico significa andare oltre il confronto fra reperti appartenenti alla stessa epoca. È necessario ricostruire le relazioni stratigrafiche, topografiche e simboliche fra ciò che precede e ciò che segue ogni singola evidenza.

Il pozzo dei 20.000 reperti: un deposito rituale della comunità etrusca

Fra i contesti più importanti del complesso monumentale c’è un pozzo di grandi dimensioni, riconoscibile in superficie grazie alla struttura ad arco che lo sovrasta. Attorno a questo manufatto si concentra uno dei nuovi settori della campagna 2026.

L’obiettivo è individuare gli edifici, o le diverse strutture, ai quali potrebbero essere appartenuti gli oggetti deposti nel pozzo, che fu indagato fra il 2007 e il 2011 attraverso un complesso intervento archeospeleologico. È profondo oltre 21 metri e ha restituito circa 20.000 reperti e 32 iscrizioni testuali, deposti intenzionalmente e sigillati intorno alla metà del II secolo a.C.

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‘Complesso monumentale’ della Civita di Tarquinia, attività di scavo presso la strada e il cunicolo orientati nord-sud (archivio Progetto Tarquinia, Università degli Studi di Milano)

Non si tratta, dunque, di una semplice raccolta casuale di oggetti finiti in una cavità. La composizione e le modalità di deposizione del materiale indicano un gesto intenzionale, interpretabile nel quadro delle pratiche rituali della comunità.

Il deposito offre una testimonianza significativa dell’identità collettiva di Tarquinia, delle sue pratiche religiose e dei rapporti con Roma e con il mondo mediterraneo di cultura ellenistica. La varietà dei materiali permette inoltre di affrontare questioni differenti, dalla circolazione degli oggetti alle forme della comunicazione scritta, fino alle modalità attraverso le quali una comunità costruiva e conservava la propria memoria.

Dalle prime frequentazioni alla monumentalizzazione della Civita

La datazione del deposito è particolarmente importante: la metà del II secolo a.C. corrisponde a una fase in cui Tarquinia era inserita nel sistema politico romano, mentre tradizioni locali e influenze mediterranee continuavano a interagire. Al pozzo e alla sua interpretazione sono dedicati i due tomi del quinto volume della collana Tarchna, pubblicati nel 2026 da Milano University Press. L’opera riunisce il lavoro di circa trenta autori provenienti da diverse discipline e approfondisce sia la formazione del deposito sia il suo significato storico e archeologico.

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L’imponente cisterna sotterranea rinvenuta al ‘complesso monumentale’ della Civita di Tarquinia (archivio Progetto Tarquinia, Università degli Studi di Milano).

Il complesso monumentale si trova sul pianoro della Civita, fuori dall’attuale centro urbano di Tarquinia. La frequentazione dell’area è documentata già dal X secolo a.C., quando attorno a una cavità naturale si sviluppò uno dei primi nuclei di aggregazione della comunità.

Con il passare dei secoli, lo spazio assunse una crescente importanza sacra e istituzionale. Nel VII secolo a.C. l’area fu interessata da un processo di monumentalizzazione che ne modificò l’aspetto e l’organizzazione.

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Giovanna Bagnasco Gianni, professore ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche presso l’Università degli Studi di Milano e direttrice del Progetto Tarquinia; Matilde Marzullo, docente di Etruscologia presso l’Università degli Studi di Milano e responsabile del cantiere di scavo al ‘complesso monumentale’.

Archeologia interdisciplinare: dalle sepolture alle tracce dell’ambiente antico

La ricerca sulla Civita non si esaurisce nello scavo e nella documentazione delle strutture. Il Progetto Tarquinia, attivo come Centro di Ricerca Coordinata dell’Università degli Studi di Milano dal 2014 e diretto da Giovanna Bagnasco Gianni, coinvolge sei Dipartimenti dell’Ateneo e collabora con istituzioni italiane e internazionali.

Archeologi, antropologi, geologi, archeobotanici, archeozoologi, chimici e informatici contribuiscono alla ricostruzione della vita antica attraverso metodi complementari. L’obiettivo è collegare le evidenze materiali alle persone, alle attività economiche, all’ambiente e alle pratiche sociali.

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Archeologi e studenti dell’Università degli Studi di Milano durante la campagna di scavo presso il ‘complesso monumentale’ della Civita di Tarquinia (archivio Progetto Tarquinia, Università degli Studi di Milano)

Fra i casi di studio figurano venti inumazioni considerate anomale, individuate nell’area sacra. Le modalità di deposizione si distinguono da quelle normalmente documentate per il periodo e sollevano interrogativi sulle identità degli individui, sulle circostanze della sepoltura e sul significato della loro presenza in questo contesto.

Leggi anche: Tarquinia, scheletri sepolti nel centro abitato anziché nella necropoli: uno studio interdisciplinare “svela” i loro segreti

Sei individui sono già stati studiati nell’ambito di Science@Tarquinia, progetto internazionale nato dalla collaborazione fra le Università di Milano e Cambridge. Le indagini hanno impiegato analisi osteologiche, isotopiche, radiocarboniche e genetiche. Per gli altri quattordici sono previsti ulteriori approfondimenti chimici e isotopici.

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Attività di flottazione sui campioni di terra provenienti dagli scavi al ‘complesso monumentale’ per la raccolta dei resti archeobotanici (archivio Progetto Tarquinia, Università degli Studi di Milano)

Un’altra linea di ricerca riguarda i sedimenti e i resti vegetali e animali. Il loro studio permette di raccogliere informazioni sul paesaggio antico, sulle pratiche agricole, sull’alimentazione e sullo sfruttamento delle risorse naturali. Fra le attività previste rientrano nuovi campionamenti geomorfologici e pollinici, analisi finalizzate a precisare la cronologia delle strutture e dei reperti e la flottazione sistematica dei sedimenti.

Un progetto di ricerca che forma nuovi archeologi

Alla campagna 2026 hanno partecipato oltre 70 persone, distribuite in tre turni di due settimane. Accanto a studenti, specializzandi e dottorandi dell’Università degli Studi di Milano, erano presenti giovani ricercatori delle Università di Parigi-Sorbonne, Firenze, Cagliari, Torino, Pisa e Roma Sapienza. Hanno contribuito anche nove ricercatori e tecnici degli enti partner e sette studentesse delle scuole superiori di Tarquinia, coinvolte nei percorsi di formazione scuola-lavoro. Due équipe di registi hanno seguito le attività per realizzare documentari dedicati alle ricerche.

Il cantiere rappresenta così anche un luogo di formazione, nel quale le competenze si trasmettono attraverso il lavoro sul campo e il confronto fra discipline. Le operazioni di scavo costituiscono soltanto una parte del percorso: documentazione, analisi dei materiali, studio dei dati e pubblicazione dei risultati sono passaggi altrettanto importanti.

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I due tomi di Tarchna V (2026) dedicati al pozzo sigillato del ‘complesso monumentale’ della Civita di Tarquinia

Le ricerche si svolgono su concessione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, con il sostegno del Comune di Tarquinia, dell’Università Agraria di Tarquinia e delle associazioni locali.

La prossima sfida: mettere in relazione le tracce del passato

Il nuovo accesso al cunicolo, le fondazioni dell’edificio monumentale e le indagini attorno al pozzo dei 20.000 reperti sono tasselli di un’unica ricerca: capire come si siano organizzati e trasformati gli spazi della Civita nel corso dei secoli. Le risposte non arriveranno necessariamente da un singolo ritrovamento, ma saranno il confronto fra stratigrafie, architetture, reperti, dati ambientali e analisi di laboratorio a consentire di precisare la funzione degli edifici e il significato delle attività svolte nell’area sacra.

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  • 📄 Fonte: Università degli Studi di Milano / Tarquinia Project
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Data di pubblicazione registrata: 27/10/2026 11:33
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