La storia di Pompei dopo la fatidica eruzione del 79 d.C. è ancora in gran parte da ricostruire. A lungo si è pensato che, dopo quei tragici momenti, la vita in città si fosse completamente interrotta per poi riprendere soltanto in età moderna, con le campagne archeologiche avviate a partire dal Settecento. I nuovi dati provenienti dall’Insula Meridionalis, nell’area meridionale del sito, ci dicono invece che non fu affatto così.

Gli scavi e le conseguenti attività di restauro e messa in sicurezza hanno permesso di riportare alla luce materiali e reperti ceramici databili tra il XV e il XVI secolo, che indicano che l’area fu frequentata anche nel Rinascimento. Si tratta di testimonianze cruciali, perché dimostrano come il territorio, costellato dalle rovine dell’antica città, continuasse a essere abitato e vissuto molti secoli dopo la catastrofe provocata dall’eruzione vesuviana.

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L’Insula Meridionalis e la Pompei rinascimentale
L’Insula Meridionalis occupa una posizione periferica rispetto al nucleo urbano antico. Qui le nuove evidenze archeologiche sono chiare e confermano che l’area non rimase del tutto disabitata dopo il 79 d.C.

I reperti del XV e XVI secolo appartengono a una fase nella quale Pompei non era ancora oggetto delle campagne di scavo sistematiche, che sarebbero iniziate solo nel XVIII secolo. La loro presenza ci dice quindi che le rovine erano parte integrante e ben visibile del paesaggio ed erano frequentate dalla popolazione che abitava in area pompeiana.



Si tratta di dati cruciali, che acquistano particolare interesse nel quadro della più ampia ricerca “Pompei dopo Pompei”, incentrata sull’occupazione del territorio dopo il 79 d.C.
La memoria della città sepolta
«Il docu-drama Pompei Fuori dal tempo con Tom Hiddleston e lo studio dell’archeologo Steven Tuck mostrano come il tema dei sopravvissuti stia finalmente diventando oggetto di ricerche e iniziative di divulgazione», ha spiegato Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei.
Dopo l’eruzione, il paesaggio doveva presentarsi profondamente trasformato, ma le tracce archeologiche indicano che alcune persone continuarono a tornare nell’area. Le testimonianze sono spesso discontinue e difficili da individuare, proprio perché appartengono a forme di frequentazione lontane dalla monumentalità della Pompei di età romana.


Secondo Zuchtriegel, la memoria dell’antica città sarebbe sopravvissuta anche tra i contadini dell’area vesuviana. Un indizio significativo è il toponimo “Civita”, utilizzato per indicare la zona delle rovine, forse un ricordo della città un tempo maestosa che vi era sepolta.
Il Rinascimento e la Deposizione di Andrea Mantegna
Un altro elemento a sostegno di questa tesi giunge da un capolavoro del Rinascimento: la Deposizione di Cristo attribuita ad Andrea Mantegna, e riscoperta recentemente nel Santuario della Beata Vergine di Pompei.

Il dipinto, di altissima qualità e a lungo ritenuto disperso, era documentato fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Quando e perché era stato portato a Pompei? Con ogni probabilità, la tela vi giunse negli ultimi decenni dell’Ottocento, in occasione della fondazione del Santuario mariano. Identificato alcuni anni fa nel Palazzo della Prelatura di Pompei, ora è esposto all’interno della nuova Pinacoteca del Santuario, al termine di un lungo e meticoloso restauro condotto presso i laboratori dei Musei Vaticani.
La Deposizione e i reperti rinascimentali dell’Insula Meridionalis appartengono a vicende indipendenti, che tuttavia forniscono preziosi indizi per la ricostruzione delle vicende di Pompei dopo l’eruzione, mostrando che le rovine continuarono a essere percepite, utilizzate e “abitate” ben prima della loro riscoperta moderna.
Una comunità tra le rovine prima degli scavi borbonici

«Senza togliere nulla a ricercatori come Gioachino Alcubierre, arrivato dalla Spagna e promotore dei primi scavi archeologici a Pompei nel 1748 – ha sottolineato Zuchtriegel – bisogna prendere atto che qui esisteva una comunità locale che sin dall’indomani dell’eruzione ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo “Civita”, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale. Naturalmente i contadini e pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente. Pompei è ed è sempre stata una vera e propria “heritage community” e se oggi porta il nome della città antica, non è perché Pompei è risorta dal nulla, ma perché è sempre stata parte della memoria collettiva in questo territorio».

Visitare l’Insula Meridionalis
Il cantiere dell’Insula Meridionalis può essere visitato insieme agli archeologi e ai restauratori dal lunedì al venerdì, dalle 11 alle 12, previa prenotazione al numero 327 2716666.
Gli approfondimenti sulle attività di ricerca sono disponibili nell’E-journal pubblicato dal Parco Archeologico di Pompei.
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Data di pubblicazione registrata: 21/08/2026 12:16
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