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Quando pensiamo a Pompei, la mente inevitabilmente corre al 79 d.C., anno della devastante eruzione del Vesuvio che seppellì la città sotto una coltre di cenere e lapilli. Ma la storia di Pompei non si fermò con la catastrofe. Lo testimoniano nuove scoperte emerse dagli scavi condotti nell’ambito del progetto di “Messa in sicurezza, restauro e consolidamento dell’Insula Meridionalis”, pubblicate sull’E-Journal degli Scavi di Pompei.

Nuove evidenze archeologiche raccontano una Pompei post-eruzione ancora viva, precaria e dimenticata: tra rioccupazioni spontanee, focolari tra le rovine e tentativi falliti di rifondazione, la città non morì nel 79 d.C.
Insula Meriodionalis (©Parco Archeologico Pompei)

Grazie a queste indagini, prende forma un quadro inedito e sorprendente: Pompei fu rioccupata, abitata e vissuta, seppur in modo precario, fino al V secolo d.C.. Una Pompei diversa da quella grandiosa dell’età imperiale, ma non meno significativa: una città-fantasma, riemersa dalle ceneri e divenuta rifugio di sopravvissuti e nuovi arrivati.

Contenitori in terracotta da dispensa, tracce di insediamento post 79 d.C. (©Parco Archeologico Pompei)

La rioccupazione tra le rovine

Le evidenze archeologiche mostrano che subito dopo l’eruzione, alcune persone – probabilmente sopravvissuti che non avevano i mezzi per ricominciare altrove, ma anche individui provenienti da altri centri campani – tentarono di tornare nella città distrutta. I piani superiori degli edifici erano ancora visibili tra le ceneri, e tra questi si cominciò a vivere di nuovo, spesso riadattando locali che un tempo erano sotterranei o seminterrati.

Resti di Forno nell’Insula Meridionalis della Regio VIII (©Parco Archeologico Pompei)

In questi ambienti “invertiti” – che da pianterreno diventano scantinati e rifugi – sono state rinvenute tracce di focolari, forni e mulini: segni concreti di un ritorno alla vita, in condizioni però molto diverse da quelle precedenti alla tragedia.

Guarda la video-intervista al direttore del Parco, Zuchtriegel

Una comunità ai margini

Secondo le stime, Pompei contava circa 20.000 abitanti al momento dell’eruzione. Solo circa 1.300 vittime sono state ritrovate dagli scavi iniziati nel 1748, una cifra che rappresenta una piccola percentuale del totale. Molti tentarono di fuggire, e alcuni sopravvissero. Iscrizioni con nomi pompeiani in altre città campane suggeriscono una diaspora, ma anche il ritorno o l’arrivo di nuovi occupanti in cerca di rifugio.

Contenitori in terracotta da dispensa, tracce di insediamento post 79 d.C. (©Parco Archeologico Pompei)

La Pompei post-eruzione appare dunque come una comunità improvvisata, composta da chi non aveva nulla da perdere, in cerca di riparo, lavoro, forse oggetti di valore da recuperare scavando tra le macerie. I resti di una vegetazione tornata a crescere indicano che, col passare degli anni, l’ambiente era tornato vivibile.

Granai del tempio di Venere, tracce di insediamento post 79 d.C. (©Parco Archeologico Pompei)

Scavare tra i resti, tra speranze e fantasmi

Questa nuova umanità tornata o giunta a Pompei trovava tra le macerie la possibilità di sopravvivere: il sottosuolo offriva la speranza di trovare oggetti di valore, ma anche la possibilità inquietante di imbattersi nei corpi in decomposizione delle vittime.

Contenitore in terracotta da garum riutilizzato nell’insediamento post 79 d.C.

Un’esistenza ai margini della legalità e dell’ordine imperiale, che tuttavia durò abbastanza a lungo da lasciare tracce materiali oggi leggibili dagli archeologi. Una situazione che lo stesso imperatore Tito cercò di regolare, nominando due curatores Campaniae restituendae – entrambi ex consoli – con il compito di promuovere la rifondazione delle città colpite e gestire i beni di chi era morto senza eredi.

Scheletro di equide (©Parco Archeologico Pompei)

Ma il tentativo fallì. Pompei non tornò mai a essere una vera città romana. Nessuna infrastruttura fu ricostruita, nessun centro vitale rifiorì: al suo posto rimase un agglomerato di occupazioni disordinate, una favela tra le rovine, come la definisce il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel.

Un’eredità dimenticata

Nel corso dei secoli, gli archeologi si sono spesso concentrati sulla Pompei del 79 d.C., con i suoi affreschi intatti, mosaici raffinati e domus monumentali. Le tracce più flebili della rioccupazione post-eruzione sono state trascurate, se non rimosse.

“L’episodio epocale della distruzione ha monopolizzato la memoria”, afferma Zuchtriegel. “Ma la Pompei del dopo, fatta di povertà, marginalità, recupero, è altrettanto reale. Con i nuovi scavi stiamo portando alla luce l’inconscio archeologico della città, le sue memorie rimosse.”

Una riflessione che invita a rivalutare anche ciò che sembra meno grandioso, ma che racconta le strategie di sopravvivenza, le dinamiche sociali e le resilienze che hanno accompagnato la lunga agonia – e forse anche la rinascita parziale – di una delle città antiche più famose della storia.

Tutte le foto: ©Parco Archeologico Pompei

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