L’archeologia sta vivendo una trasformazione silenziosa ma radicale: non più soltanto scavi lenti e puntuali, ma lettura integrata e continua del territorio. È in questo scenario che si inserisce LidArc Initiative, un progetto internazionale coordinato dall’Università di Siena che promette di portare alla luce ciò che per secoli è rimasto invisibile, nascosto sotto la vegetazione o cancellato dal tempo.
L’obiettivo non è semplicemente trovare nuovi siti, ma ricostruire interi paesaggi storici, seguendone l’evoluzione dalla preistoria fino all’età contemporanea. Una sfida che unisce tecnologia avanzata, archeologia del paesaggio e nuove metodologie di analisi dei dati.
Tecnologia LiDAR e IA: come si legge il paesaggio nascosto
Al centro del progetto c’è il LiDAR (Light Detection and Ranging), una tecnologia di telerilevamento che utilizza impulsi laser per misurare la distanza tra sensore e superficie terrestre. Montati su droni o velivoli, questi sensori riescono a penetrare la copertura vegetale, restituendo un modello tridimensionale estremamente preciso del terreno.
A differenza delle fotografie aeree tradizionali, il LiDAR consente di “spogliare” virtualmente il paesaggio dalla vegetazione, rivelando microforme del terreno: terrazzamenti, fossati, strade antiche, resti di edifici e trame agrarie.
Nel caso di LidArc, la vera innovazione è l’integrazione con algoritmi di intelligenza artificiale, capaci di analizzare enormi quantità di dati in tempi rapidissimi. L’interpretazione automatizzata permette di individuare anomalie morfologiche e pattern ricorrenti, accelerando una fase che tradizionalmente richiedeva anni di lavoro manuale.
Ma il processo non si ferma al dato remoto. Le anomalie individuate vengono verificate sul campo attraverso indagini geofisiche, carotaggi stratigrafici e analisi XRF (fluorescenza a raggi X), fondamentali per comprendere composizione e cronologia dei depositi.
La Toscana come laboratorio: 5000 km² già analizzati
Uno dei risultati più impressionanti riguarda la Toscana meridionale, dove sono già stati rilevati circa 5000 chilometri quadrati, la più vasta area mai indagata con queste tecnologie per scopi archeologici.
Il territorio analizzato si estende dal Monte Amiata fino all’Argentario e comprende aree come la Val di Merse e la fascia costiera di Castiglione della Pescaia. Qui il LiDAR ha iniziato a restituire una rete fittissima di tracce: insediamenti etruschi, ville romane, villaggi medievali, sistemi agricoli e infrastrutture produttive.
Ciò che emerge non è una somma di siti isolati, ma un sistema complesso di relazioni tra comunità, risorse e ambiente. Le strutture individuate raccontano di paesaggi profondamente antropizzati, modellati da attività minerarie, agricole e insediative nel corso dei secoli.
Dal Mediterraneo alle foreste tropicali: una ricerca su scala globale
LidArc non si limita all’Italia. Il progetto è già attivo in diversi contesti internazionali, dalla macchia mediterranea alle foreste tropicali dell’Africa e dell’America Centrale.
In paesi come Guatemala, Perù e Malawi, il LiDAR ha un potenziale straordinario: le dense coperture vegetali hanno infatti nascosto per secoli interi sistemi urbani e infrastrutturali. L’esperienza maturata in contesti complessi come quello toscano sarà fondamentale per standardizzare protocolli di ricerca replicabili su scala globale.
Un aspetto cruciale è proprio questo: rendere la tecnologia più accessibile e condivisa, superando i limiti attuali legati ai costi elevati e alla mancanza di metodologie uniformi.
Un cambio di paradigma: dalla scoperta alla comprensione dei paesaggi
Il contributo più significativo di LidArc non è soltanto quantitativo, ma qualitativo. L’archeologia tradizionale ha spesso prodotto una conoscenza frammentaria, legata a singoli siti. Questo progetto, invece, consente di passare a una visione continua e sistemica del territorio.
Significa comprendere non solo dove si trovavano gli insediamenti, ma come interagivano tra loro, come sfruttavano le risorse e come i paesaggi si trasformavano in risposta ai cambiamenti economici e sociali.
Nel caso del Monte Amiata, ad esempio, sarà possibile ricostruire interi sistemi insediativi medievali oggi completamente invisibili, restituendo profondità storica a territori apparentemente “naturali”.
Verso una nuova storia dei territori
Con una rete scientifica internazionale e finanziamenti significativi, LidArc si propone come uno dei progetti più ambiziosi nel campo dell’archeologia contemporanea.
Le implicazioni sono enormi: l’aumento esponenziale dei dati disponibili potrebbe portare, in alcuni casi, a rivedere radicalmente la storia di intere regioni. Nuovi siti, nuove cronologie, nuove interpretazioni dei sistemi economici e sociali.
In definitiva, non si tratta solo di scoprire ciò che è nascosto, ma di ripensare il rapporto tra uomo e paesaggio nel lungo periodo, trasformando il modo stesso in cui raccontiamo il passato.
Immagine in apertura: Team di ricerca LidArc (prof. Stefano Campana, primo da destra)
📘 Notizia verificata ✅
- 📄 Fonte: Università di Siena ✅




