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Un’iscrizione rinvenuta nel sito di Xultun, in Guatemala, ha permesso agli archeologi di identificare per la prima volta il nome completo di uno scienziato maya autore di complessi calcoli astronomici e matematici. Infatti nella maggior parte dei testi geroglifici maya del periodo Classico – quello che va dal 250 al 900 d.C. -, a essere ricordati sono sovrani, dinastie e imprese politiche o religiose. I calcoli quotidiani di scribi e astronomi, quelli che stavano dietro le date pubblicate su stele e monumenti, restano quasi sempre anonimi. L’iscrizione scoperta e decifrata nel sito di Xultun rompe questo schema e registra una formula calendariale-astronomica con tanto di attribuzione esplicita a una persona, tale Sak Tahn Waax (“Volpe dal petto bianco”). Lo studio, pubblicato sulla rivista Antiquity da Franco D. Rossi (MIT), David Stuart (University of Texas at Austin) ed Heather Hurst (Skidmore College), descrive quello che gli autori definiscono il primo caso noto di un matematico-astronomo maya del periodo Classico accreditato per nome del proprio lavoro.

Una stanza di appunti sotto l’intonaco

Il testo, catalogato come Text 19, si trova all’interno della Struttura 10K-2 di Xultun, un piccolo edificio in muratura le cui pareti interne furono affrescate con ritratti di uomini seduti e inginocchiati, ciascuno identificato dal titolo taaj (“ossidiana”). Tra queste figure compare anche il sovrano dell’VIII secolo Yax We’n Chan K’inich, raffigurato come divinità del Mais e del Vento con coda di scorpione.

Gli scavi, condotti tra il 2010 e il 2012, hanno riportato alla luce nell’angolo nord-est e sulla parete est della camera un insieme di circa 52 testi, dipinti o incisi su strati di intonaco applicati più volte nel tempo. A differenza delle iscrizioni monumentali, questi testi si concentrano quasi esclusivamente sulla meccanica dei cicli celesti: tavole lunari, “numeri anello” e formule con cicli annidati, mentre nomi personali e verbi d’azione storica sono rarissimi. La presenza, negli stessi contesti, di strumenti per la fabbricazione della carta ha portato gli archeologi a interpretare l’ambiente come uno spazio di lavoro per la produzione di libri-codice, attivo verosimilmente a metà dell’VIII secolo. Dei codici maya precoloniali sopravvivono solo quattro esemplari, tutti realizzati più di cinquecento anni dopo questo murale e nessuno documentato archeologicamente: da qui l’importanza della camera 10K-2 come testimonianza diretta di un contesto di apprendimento e redazione.

Undici segni per un calcolo di otto anni

Text 19 è composto da 11 blocchi glifici disposti a “elle” rovesciata, alti in totale 192 millimetri. La sua conservazione, buona rispetto ad altre porzioni della parete, ha richiesto un complesso lavoro di ricostruzione basato su scansioni a 400 dpi, fotografia a infrarossi e immagini elaborate con il software dStretch, che ha permesso di recuperare tracce di pigmento altrimenti invisibili a occhio nudo.

Illustrazione del Testo 19, testo visibile (a sinistra) e glifi ricostruiti (a destra) (disegni di D. Stuart e FD Rossi). Dallo studio citato

Il testo registra una sequenza di cinque date collegate da intervalli di tempo (i cosiddetti “Numeri di Distanza” della notazione maya), per un totale complessivo di 2.920 giorni. Non è un numero casuale: corrisponde al minimo comune multiplo tra il periodo sinodico di Venere (584 giorni) e l’anno solare Haab (365 giorni), pari a otto anni solari oppure a cinque cicli di Venere. All’interno di questo conteggio, i primi nove glifi incastonano altre sei unità temporali care agli astronomi maya: l’Uinal di 20 giorni, il Tzolkin di 260 giorni, il Tun di 360 giorni, l’Haab di 365 giorni, l’anno di Venere di 584 giorni e l’anno di Marte di 780 giorni.

Gli intervalli tra le date crescono in modo progressivo — 20, 260, 1.560 e 1.080 giorni, fino al totale di 2.920 — un andamento che in parte ricorda, per gli autori dello studio, la sequenza di Fibonacci, sebbene resti incerto se gli scribi maya ne fossero consapevoli in questi termini. Attraverso un lavoro di ricostruzione epigrafica, i ricercatori collocano la data d’inizio della formula al 7 novembre 781 d.C. del calendario giuliano (11 novembre nel calendario gregoriano).

La firma: “così dice Sak Tahn Waax”

I due glifi finali del testo, indicati come C8 e C9, non appartengono al calcolo calendariale, rappresentano invece un’inedita formula di attribuzione. Il primo si legge cheheen, una particella che introduce un discorso riportato, traducibile come “così dice”; il secondo compone il nome personale Sak Tahn Waax. Gli autori interpretano la sequenza come una dichiarazione che collega il calcolo a un individuo storico: “…così dice Sak Tahn Waax”. Non è possibile stabilire con certezza se questa persona abbia calcolato e dipinto materialmente il testo, oppure se lo scriba abbia citato il nome di un altro matematico-astronomo di riferimento. In entrambi i casi, si tratta di un’attribuzione diretta di un lavoro intellettuale, finora senza confronti nel corpus epigrafico maya.

Nella cultura maya del periodo Classico non mancano esempi di artisti e scultori che firmarono le proprie opere, una pratica che si diffonde soprattutto nell’VIII secolo. Mancava però, fino a questa scoperta, un caso analogo riferito specificamente al lavoro matematico e astronomico, nonostante l’importanza centrale che queste discipline avevano nella vita sociale, politica e religiosa maya.

Perché questa firma resta un caso isolato

Lo stile e la fattura dei segni suggeriscono che diversi testi della camera 10K-2 possano essere opera della stessa mano, il che apre la possibilità che Sak Tahn Waax abbia realizzato anche altre iscrizioni nello stesso ambiente. Resta però da capire perché la firma compaia proprio su Text 19 e non su altri calcoli della stanza, alcuni dei quali altrettanto sofisticati, come le cosiddette “super-numeri” divisibili per i cicli di Marte, Venere e per il Calendar Round, o la tavola lunare che richiama, in forma più breve, quelle presenti nel Codice di Dresda.

Un’ipotesi degli autori è che Text 19 costituisca una formula autosufficiente, applicabile potenzialmente ad altri intervalli di 2.920 giorni, mentre la maggior parte degli altri testi della stanza funge da componente parziale di strumenti di calcolo più ampi. La struttura della formula non trova inoltre confronti diretti nelle tavole di Venere e Marte dei codici di Dresda e Madrid, il che rafforza l’idea di un’elaborazione originale, quasi una rielaborazione personale di cicli calendariali già noti.

Un tassello per la storia della scienza indigena

Nota agli archeologi dal 2010, la camera 10K-2 continua a restituire informazioni sul modo in cui la conoscenza matematica e astronomica veniva insegnata, elaborata e, in questo caso, rivendicata da un individuo, presumibilmente lo scienziato autore dei calcoli. Primo maya in una lista di astronomi e matematici antichi dei quali conosciamo i nomi, Sak Tahn Waax, attivo oltre dodici secoli fa in quella che oggi è il Guatemala nord-orientale, con il suo disvelarsi colma una lacuna storica e scientifica.

Immagine in apertura: Attribuzione al matematico “Volpe dal petto bianco”, utilizzando la frase che-he-na seguita dal nome scritto SAK-TAHN-wa-xi (fotografia multispettrale di G. Ware; disegno di D. Stuart). Dallo studio citato.

📘 Fonte scientifica

  • 📄 Rossi FD, Stuart D, Hurst H. The identification and work of an eighth-century Maya mathematician
  • 📚 Antiquity (peer-reviewed) Published online 2026:1-16.
  • 🔗 doi:10.15184/aqy.2026.10378

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