A 1.600 metri di quota, in Val dei Mocheni, in Trentino, il rame veniva prodotto su vasta scala già oltre 3.000 anni fa. Gli scavi archeologici condotti in località Valcava, nel comune di Fierozzo, hanno infatti portato alla luce almeno 11 forni fusori, affiancati da letti di arrostimento e da tracce di possibili strutture di copertura. È il maggior numero di impianti di questo tipo finora individuato sul versante sud delle Alpi centro-orientali.
Il complesso era attivo tra la fine del XIII e il terzo quarto dell’XI secolo a.C. e occupava un’area archeologica di circa 3.000 metri quadrati. La zona destinata alla lavorazione si trovava nella parte pianeggiante a monte, mentre lungo il pendio, più in basso, venivano accumulate le scorie prodotte dalla lavorazione del minerale.
Come funzionava il centro metallurgico di Valcava
Il ciclo produttivo iniziava dalla calcopirite, un minerale contenente rame, ferro e zolfo. Dopo l’estrazione dal giacimento, il minerale veniva macinato e sottoposto a un primo trattamento termico sui cosiddetti letti di arrostimento, piazzole strette e allungate. Il materiale passava quindi nei forni fusori, dove le temperature potevano raggiungere circa 1.200 °C.
Attraverso successive fasi di trattamento era possibile ottenere il rame metallico, mentre il processo generava grandi quantità di materiale di scarto. Le tonnellate di scorie metallurgiche venivano scaricate lungo il pendio, lasciando una traccia ben riconoscibile dell’attività produttiva.
La disposizione degli impianti aggiunge un elemento particolarmente interessante. I forni individuati presentano caratteristiche comuni: sono orientati secondo un asse nord-ovest/sud-est e hanno il lato privo di muratura rivolto verso nord-est, cioè verso valle. Gli archeologi ipotizzano che potessero essere organizzati in vere e proprie batterie di forni, consentendo di svolgere le lavorazioni in successione e forse secondo un ciclo continuativo.
Le strutture, tuttavia, non sono identiche. Le differenze riguardano soprattutto le dimensioni e potrebbero riflettere funzioni differenti oppure diverse fasi di utilizzo dell’area. Saranno le ulteriori analisi di laboratorio a cercare di chiarire il rapporto fra i singoli impianti e le attività che vi venivano svolte.

Un distretto del rame nelle montagne trentine
La cronologia dell’impianto di Valcava è sostenuta da diversi elementi. Tra i reperti più significativi figura uno spillone in bronzo di tipo Wollmesheim, insieme a frammenti ceramici attribuibili alla facies Luco A, riferibile al Bronzo recente-finale. A questi dati si aggiungono le datazioni radiometriche, che collocano l’attività del complesso tra la fine del XIII e il terzo quarto dell’XI secolo a.C.
Valcava non rappresenta tuttavia un episodio isolato. Nel Trentino orientale sono stati già individuati oltre 200 siti collegati alla lavorazione del rame, distribuiti fra Valsugana, Tesino, Primiero e gli altopiani di Lavarone e Luserna. La maggior parte risale a un arco cronologico compreso indicativamente fra il 1300 e il 1000 a.C. Solo una decina di queste aree è stata finora sottoposta, almeno in parte, a scavi archeologici.
Le attività minerarie della Valcava erano state segnalate già dal pioniere della ricerca archeo-mineraria alpina Ernst Preuschen. Il primo intervento archeologico nell’area risale al 2012 e i risultati delle prime indagini erano stati presentati nel volume Fare Rame, pubblicato dall’Ufficio beni archeologici della Provincia autonoma di Trento e scaricabile gratuitamente QUI. Le campagne del 2023 e soprattutto quella iniziata nel maggio 2026 hanno però ampliato considerevolmente il quadro. Gli scavi proseguiranno fino alla fine di settembre, con una nuova campagna già prevista per il 2027.
Dove viaggiava il rame delle Alpi?
La quantità di impianti e la loro organizzazione sollevano una questione che va oltre la singola area archeologica: quale fosse la destinazione del rame prodotto nelle montagne trentine.
Una parte doveva alimentare la metallurgia locale, ma le analisi fisico-chimiche condotte negli ultimi due decenni su centinaia di manufatti dell’Età del Bronzo europea indicano che il rame proveniente dall’area alpina entrava in circuiti di distribuzione molto più estesi. Le tracce della sua circolazione sono state riconosciute su scala molto ampia, dalla Scandinavia alla Puglia.
I dati di Valcava confermano l’esistenza, nell’Europa dell’Età del Bronzo, di una produzione metallurgica ben organizzata, sorretta dalla vasta circolazione delle materie prime. E le montagne del Trentino orientale erano uno dei luoghi nei quali il minerale veniva estratto, trasformato e avviato verso destinazioni che potevano trovarsi a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.
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- 📄 Fonte: Provincia autonoma di Trento, Soprintendenza per i beni culturali – Ufficio beni archeologici
Per saperne di più

Fare Rame. La metallurgia primaria della tarda età del Bronzo in Trentino: nuovi scavi e stato dell’arte della ricerca sul campo aggiorna, con le ricerche condotte dopo il 2000 dall’Ufficio beni archeologici, le conoscenze sullo sfruttamento dei giacimenti di rame trentini nella tarda età del Bronzo (3400-3000 anni fa circa). Si tratta di alcuni studi dedicati a siti di lavorazione del minerale di rame (Segonzano, Lavarone, Luserna, Transacqua, S. Orsola, Fierozzo) messi a confronto con analoghi contesti archeologici nord-alpini e alcuni lavori di sintesi sulla cronologia relativa e assoluta dei contesti esaminati, sulla tipologia delle strutture piro-tecnologiche e sull’inquadramento storico della tematica.
ISBN: 978-88-7702-506-7
2021, Provincia autonoma di Trento
Autore / Curatore: Paolo Bellintani, Elena Silvestri
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Data di pubblicazione registrata: 17/09/2026 12:51
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