Fu Raimondo di Sangro, VII Principe di Sansevero (1710–1771) a “inventare”, nel suo misterioso laboratorio sotterraneo, il prezioso “blu oltremare” ottenuto in natura dal lapislazzuli, costoso come l’oro. E lo fece cinquant’anni prima di Jean-Baptiste Guimet, il chimico francese che nel 1828 riuscì per la prima volta, ufficialmente, a sintetizzare il pigmento. A rivelarlo un team di ricerca multidisciplinare dell’Università di Bari, che ha studiato le sperimentazioni sui materiali, in particolar modo la creazione di pietre preziose artificiali e la colorazione del vetro, condotte dal Principe, appassionato alchimista, la cui Cappella con il celebre “Cristo Velato” è tra le mete più conosciute e amate di Napoli.

Incisione del 1754 ritraente Raimondo di Sangro (Wikimedia Commons)

L’articolo multidisciplinare, appena pubblicato sulla rivista scientifica “Nuncius. Journal of the Material and Visual History of Science”, unisce approcci e metodologie della storia della scienza e della mineralogia e illustra gli innovativi risultati ottenuti nel corso di due distinte indagini effettuate presso il Museo Cappella Sansevero, concentrandosi sulle tecniche di ri-creazione della materia utilizzate da Raimondo di Sangro per adornare la cappella di famiglia con pigmenti rossi e blu. Le analisi per la prima volta confermano che il Principe di Sansevero riuscì a creare il blu oltremare artificiale utilizzato per la cornice intorno all’altorilievo soprastante l’altare maggiore (Altare maggiore, Francesco Celebrano e Paolo Persico, anni ’60 del XVIII sec.). Ad oggi, questo sembra essere il primo esempio mai registrato della produzione del prezioso pigmento artificiale.

L’altorilievo dell’altare maggiore esaminato dagli studiosi (foto: Università di Bari)

Secondo i risultati della ricerca, la scoperta del principe sarebbe avvenuta più di cinquant’anni prima di Jean-Baptiste Guimet, il chimico francese che nel 1828 riuscì per la prima volta, ufficialmente, a sintetizzare l’oltremare, il costosissimo pigmento blu ottenuto in natura dal lapislazzuli. E più di dieci anni prima del resoconto siciliano di Goethe, ritenuto dagli specialisti il più antico indizio della produzione artificiale di tale pigmento.

Particolare della cornice dipinta con il blu oltremare (foto: Università di Bari)

Nel laboratorio sotterraneo di Raimondo di Sangro, attorno al quale aleggiavano numerose leggende, si era quindi già trovata, e da molto tempo, la ricetta per riprodurre quel colore prezioso come l’oro. Oggi, per la prima volta, la ricerca multidisciplinare di storici della scienza e mineralisti ha potuto provare la veridicità delle fonti riguardo al principe di Sansevero, partendo da un dettaglio quasi trascurabile ritrovato in una famosa guida della città di Napoli di fine Settecento, e approfondendo al microscopio i segreti della Cappella Sansevero, sulle tracce di due colori: il rosso e, soprattutto, il blu.

Nel corso delle indagini in loco, gli studiosi hanno inoltre rilevato l’insolito uso della fluorite come materiale scultoreo, in particolare per i cuscini delle statue di Sant’Oderisio (Francesco Queirolo, 1756) e Santa Rosalia (Francesco Queirolo, 1756). L’ulteriore scoperta apre la strada a nuovi possibili percorsi di ricerca.

Il cuscino della statua di Sant’Oderisio (foto: Università di Bari)

Questi studi coronano il lavoro di valorizzazione della figura e dell’opera di Raimondo di Sangro che il Museo Cappella Sansevero sta portando avanti da anni, sia nel conservare perfettamente il gioiello barocco ideato dal principe, sia nel far conoscere l’incessante attività che ha contraddistinto la sua affascinante vita.

Lo studio, presentato nei giorni scorsi nella Cappella Sansevero, è stato condotto dai ricercatori del Centro Interuniversitario di ricerca “Seminario di Storia della Scienza”, in collaborazione con quelli del Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e il Museo Cappella Sansevero, e con il sostegno del Prin 2017-The Uncertain Borders of Nature.

Il team di ricerca con la direttrice del Museo Cappella, Sansevero Maria Alessandra Masucci, durante la presentazione dello studio (foto: Università di Bari)

Équipe: Francesco Paolo de Ceglia (Centro Interuniversitario di Ricerca “Seminario di Storia della Scienza”, Dipartimento DIRIUM, Università degli Studi di Bari Aldo Moro) Andrea Maraschi (Centro Interuniversitario di Ricerca “Seminario di Storia della Scienza”, Università degli Studi di Bari Aldo Moro) Alessandro Monno (Centro Interdipartimentale “Laboratorio di Ricerca per la Diagnostica dei Beni Culturali”, DiSTeGeo Università degli Studi di Bari Aldo Moro) Gioacchino Tempesta (Centro Interdipartimentale “Laboratorio di Ricerca per la Diagnostica dei Beni Culturali”, DiSTeGeo, Università degli Studi di Bari Aldo Moro).

Per saperne di più:

  • De Ceglia, F. P., Maraschi, A., Monno, A., & Tempesta, G. (2024). In Search of the Phoenix in Eighteenth-Century Naples: Raimondo di Sangro, Nature Mimesis, and the Production of Counterfeit Stones between Palingenesis, Alchemy, Art, and Economy.  Nuncius. Journal of the Material and Visual History of Science 39, 2 (2024).  https://doi.org/10.1163/18253911-bja10097

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