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Da quando l’uomo ha imparato a dominare il fuoco, questo elemento non ha smesso di accompagnarne la vita: lo proteggeva, lo nutriva, lo scaldava. Ma il fuoco, oltre che strumento, è sempre stato simbolo di passaggio, purificazione e trasformazione.
Una nuova ricerca dell’Università di Trento, pubblicata sulla rivista internazionale Archaeological and Anthropological Sciences, dimostra che già nel Neolitico Antico — ben prima delle cremazioni codificate dell’età del Bronzo — il fuoco veniva impiegato per trasformare i resti umani in un contesto rituale.

Mappa dell'Italia con punti di interesse archeologico relativi a pratiche rituali legate al fuoco, evidenziata da aree colorate.
A sinistra: mappa di distribuzione dei siti neolitici italiani in cui sono stati rinvenuti resti ossei umani con tracce di trasformazione indotta dal fuoco: 1 – Lugo di Grezzana (VR); 2 – Nave (BS); 3 – Le Mose (PC); 4 – Ponte Ghiara (PR); 5 – Gaione-Catena (PR); 6 – Lugo di Romagna (RA); 7 – Portonovo (AN); 8 – Grotta Continenza (AQ); 9 – Casale del Dolce (FR); 10 – Passo di Corvo (FG); 11 – Masseria Candelaro (FG); 12 – Le Macchie (BA); 13 – Balsignano (BA); 14 – Rendina (PZ); 15 – Grotta Pavovella (CS). I contesti databili prima del 5400 a.C. sono evidenziati in rosso, quelli attorno al 5400 a.C. in arancione, e quelli successivi al 5400 a.C. in giallo. A destra: rappresentazione grafica della diffusione dell’uso del fuoco come elemento trasformativo dei resti umani, che illustra il progressivo espandersi di questa pratica dalla Puglia verso la Pianura Padana.

Lo studio, intitolato “Transformed by fire: a ritual practice dating back to the Early Neolithic in Italy. Interdisciplinary analysis of burnt bone remains in Lugo di Grezzana (Veneto), 5000–4850 cal BCE”, apre una nuova prospettiva sulla nascita dei riti funebri legati al fuoco in Italia.

Un’indagine tra archeologia e scienza

Il primo autore della ricerca è Omar Larentis, assegnista di ricerca del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, sostenuto da Fondazione Caritro, sotto la guida di Annaluisa Pedrotti, docente di Preistoria e Protostoria e responsabile del Laboratorio Bagolini di Archeologia, Archeometria e Fotografia.

Due ricercatori esaminano frammenti ossei bruciati in un laboratorio, analizzando il campione su un tavolo di lavoro.
foto: Università di Trento

Rispetto agli studi precedenti, l’approccio di Larentis e del suo team è internazionale e multidisciplinare, unendo archeologia, antropologia, osteoarcheologia e analisi di laboratorio.
«Finora — spiega Larentis — le ossa umane bruciate venivano spesso interpretate come prova diretta di cremazione. In realtà, questa definizione è impropria: la cremazione, in senso stretto, presuppone un rituale pianificato e condiviso, finalizzato alla combustione dei tessuti molli del corpo. Nel Neolitico, il fuoco non era ancora usato in questo modo: serviva piuttosto come mezzo simbolico di trasformazione».

Un ricercatore in laboratorio osserva campioni ossei davanti a un computer che mostra analisi dettagliate.
foto: Università di Trento

Un nuovo modo di leggere i segni del fuoco

Il gruppo di ricerca ha analizzato con strumenti ottici ed elettronici oltre seimila frammenti ossei provenienti dal sito archeologico di Lugo di Grezzana (Verona), distinguendo tra resti umani e animali.
Le analisi, condotte al Laboratorio Bagolini e in collaborazione con il Centro di Ricerca in Osteoarcheologia e Paleopatologia dell’Università dell’Insubria, diretto da Ilaria Gorini, hanno permesso di identificare le tracce di combustione e di comprendere il ruolo simbolico del fuoco nei riti dell’epoca.

Un'illustrazione di un ritrovamento archeologico che mostra uno scheletro umano con oggetti funerari, inclusa una collana di perle, risalente al periodo del Neolitico recente (4800-4500 a.C.).
foto: Università di Trento

Le datazioni al radiocarbonio sono state eseguite in Belgio da Giacomo Capuzzo, mentre le valutazioni sui resti animali sono state curate dagli archeozoologi Angela Maccarinelli (Università di Sheffield) e Stefano Marconi (Museo Civico di Rovereto).
Grazie a questo approccio integrato, è stato possibile ricostruire la prima mappa cronologica delle testimonianze di ossa bruciate nel Neolitico italiano, delineando un quadro in evoluzione del rapporto tra fuoco, morte e ritualità.

Dalla Puglia alla Pianura Padana: una diffusione millenaria

Le analisi mostrano che l’uso rituale del fuoco nasce in Puglia nel VI millennio a.C., per poi diffondersi verso il Centro Italia e raggiungere infine la Pianura Padana nel Neolitico settentrionale.
In questa progressione, si delinea una continuità culturale che attraversa l’Italia preistorica, suggerendo che la simbologia del fuoco fosse condivisa e adattata da comunità diverse.
Secondo i ricercatori, non si trattava ancora di cremazione, ma di una pratica che rifletteva «la volontà di trasformare il corpo, restituendolo alla natura attraverso l’azione purificatrice del fuoco».

Un ricercatore analizza frammenti ossei archeologici accanto a un dispositivo scientifico in un laboratorio.
foto: Università di Trento

Alle origini di una ritualità che dura nel tempo

I risultati ottenuti aprono un capitolo nuovo nella storia dei riti funebri.
«Quello che abbiamo messo in luce — conclude Larentis — è l’inizio di una sensibilità che porta a usare il fuoco come strumento di passaggio e metamorfosi dei resti umani. Una ritualità che nel tempo diventa più complessa e codificata, ma che, nelle sue forme più profonde, sopravvive ancora oggi nelle nostre concezioni del sacro e della memoria».

Lo studio contribuisce così non solo alla ricostruzione del comportamento rituale nel Neolitico, ma anche alla comprensione delle radici culturali del rapporto tra l’uomo e il fuoco — un legame che unisce scienza, simbolo e spiritualità fin dagli albori della civiltà.

📘 Fonte scientifica (primaria)

  • 📄 Larentis, O., Capuzzo, G., Maccarinelli, A. et al.Transformed by fire: a ritual practice dating back to the Early Neolithic in Italy. Interdisciplinary analysis of burnt bone remains in Lugo di Grezzana (Veneto), 5000 − 4850 cal BCE.
  • 🏛️ Università di Trento
  • 📚 Archaeological and Anthropological Sciences (peer-reviewed) 17, 206 (2025)
  • 🔗 https://doi.org/10.1007/s12520-025-02326-z

    Il nostro articolo è una sintesi divulgativa dello studio scientifico citato.

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