Nel Parco Archeologico di Pompei, nella Casina Rustica recentemente rifunzionalizzata, è stato testato un sistema robotico capace di affrontare una delle sfide più estenuanti dell’archeologia: ricomporre affreschi ridotti in centinaia o migliaia di frammenti. Il progetto europeo RePAIR – Reconstructing the Past, finanziato da Horizon 2020 e coordinato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha dimostrato come robotica e intelligenza artificiale possano farsi alleate della conservazione.

Il banco di prova ha riguardato due contesti emblematici: gli affreschi della Casa dei Pittori al Lavoro nell’Insula dei Casti Amanti e quelli della Schola Armaturarum, crollata nel 2010. Frammenti spesso ustionati dall’eruzione del 79 d.C., fratturati dai bombardamenti del 1943 o deformati da decenni di depositi.
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La sfida: un puzzle senza immagine finale
A differenza dei tradizionali contesti di restauro, gli algoritmi non dispongono di un modello di riferimento: molte porzioni sono mancanti, mescolate o appartenenti a cicli pittorici diversi. L’IA deve individuare compatibilità tra morfologia, spessori, linee di frattura, pigmenti, tracce di intonaco e perfino usure specifiche.
Per superare questo ostacolo, il team ha creato un’enorme base dati iconografica, alimentata da migliaia di fotografie ad alta risoluzione, scansioni 3D e analisi iperspettrali capaci di identificare pigmenti oggi invisibili a occhio nudo. Ogni frammento diventa così una scheda informativa digitale con caratteristiche riconoscibili dall’algoritmo.
L’intervista a Zuchtriegel
La piattaforma robotica: due bracci, visione artificiale e presa “morbida”
Il cuore dell’infrastruttura è composto da due bracci robotici collegati da un torso centrale con sensori di visione. Le mani, le celebri SoftHand dell’IIT, sono realizzate con materiali cedevoli che permettono una presa stabile ma delicata sui frammenti più fragili.

Il robot è installato su un banco in alluminio con guida lineare che consente al sistema di avvicinarsi con precisione millimetrica ai pezzi, mentre micro-telecamere montate sui polsi riconoscono forma e orientamento dei reperti, pianificando ogni movimento in base all’algoritmo.
Il sistema è persino in grado di capire quando la presa fallisce e di ripetere autonomamente l’operazione senza rischiare danni.
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Dalla digitalizzazione 3D alle repliche artificiali
Per non manipolare i reperti originali nelle fasi sperimentali, i ricercatori hanno realizzato copie artificiali dei frammenti dopo la scansione 3D. Un dispositivo portatile creato dall’IIT — con piatto rotante, illuminazione calibrata, camera RGB e sensore 3D — ha permesso di registrare oltre 2000 frammenti, catalogati in 117 gruppi decorativi diversi.

Le analisi iperspettrali hanno aggiunto un livello ulteriore: la lettura dei pigmenti e delle tracce materiche che non sopravvivono alla vista umana, fondamentale per ricostruire continuità di colore e motivi iconografici.

Una rivoluzione etica e scientifica
Il progetto non sostituisce l’archeologo: lo affianca, automatizzando la fase più lenta e ripetitiva del restauro. Come sottolineato dal direttore Gabriel Zuchtriegel, la mole di dati prodotta dagli scavi moderni rende indispensabile un uso etico e scientifico dell’IA, destinata a diventare parte integrante del lavoro sul campo.





