Per capire come vivevano e si muovevano gli animali estinti, per decenni i paleontologi hanno fatto affidamento soprattutto su ciò che la roccia lasciava intravedere in superficie. Un colpo di martello, qualche centimetro di scalpello, tanta pazienza. Oggi, però, la ricerca ha spalancato un’altra porta: quella che permette di osservare l’interno dei fossili senza sfiorarli, scoprendo cavità, fratture, tessuti mineralizzati, segni di malattie. È la rivoluzione silenziosa della Tomografia Assiale Computerizzata, la stessa tecnologia che negli ospedali permette di “vedere” dentro il corpo umano e che ora diventa una finestra sul mondo perduto di milioni di anni fa.

Dal 13 dicembre al 17 maggio, la Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini” di Bologna racconta questa rivoluzione con la mostra PALEOTAC. Come guardare attraverso i fossili, un percorso che unisce tecnologia, ricerca d’avanguardia e grandi storie di scoperte.
Dalla sezione manuale alla visione digitale
Per molto tempo, l’unico modo per indagare l’interno di un fossile era anche il più drastico: sezionarlo. Una pratica utile ma irreversibile, che costringeva i ricercatori a sacrificare pezzi preziosi e a limitare gli interventi a casi selezionati. L’avvento della TAC ha cambiato radicalmente la prospettiva.

I raggi X, spinti a voltaggi molto più alti rispetto a quelli impiegati in medicina, riescono ad attraversare le rocce mineralizzate e a restituire immagini tridimensionali di una nitidezza impensabile fino a pochi anni fa. Così ogni reperto diventa una sorta di “paziente” da analizzare in profondità, senza correre rischi.
La mostra esplora proprio questo passaggio: una trasformazione metodologica che ha aperto la strada a studi più accurati sull’anatomia, sulla biomeccanica, sulla crescita e persino sul comportamento degli animali estinti.
Le ricerche dell’Alma Mater: dove la TAC incontra la paleontologia
L’esposizione nasce dal lavoro condotto dal Sistema Museale dell’Università di Bologna nell’ambito dello Spoke 4 del progetto PNRR CHANGES, dedicato alle tecnologie virtuali per musei e collezioni. Un percorso iniziato nel 2018, quando una collaborazione tra il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali e l’Istituto Ortopedico Rizzoli permise di eseguire le prime scansioni su reperti della Collezione Capellini.

Fra questi, il cranio di listrosauro, un rettile erbivoro del Triassico presente nelle raccolte dal 1932: grazie alla TAC, gli studiosi hanno potuto osservare la struttura interna dei denti e perfino le cavità encefaliche, delineando un quadro morfologico impossibile da ottenere con tecniche tradizionali.
Negli anni successivi, nuove sinergie hanno ampliato la portata delle ricerche. Il Centro di Anatomia dell’Alma Mater, dotato di una TAC dedicata alla sola attività scientifica, ha reso possibile l’analisi di un reperto molto particolare: l’omero patologico di un leone delle caverne, in cui è stato riconosciuto un infortunio avvenuto quando l’animale era ancora vivo. Un raro caso in cui la paleopatologia si intreccia con la storia naturale.
Quando la roccia è più dura della TAC: l’intervento del sincrotrone
Le TAC mediche, per quanto potenti, non bastano quando si tratta di reperti inglobati in rocce densissime. Per questo, una nuova collaborazione fra l’Alma Mater ed Elettra Sincrotrone Trieste ha aperto ulteriori possibilità.

Nel sincrotrone, fasci di luce prodotti da elettroni accelerati quasi alla velocità della luce attraversano i fossili rivelando dettagli invisibili con qualsiasi altra tecnica. Il limite è solo nelle dimensioni dei campioni.
Uno dei casi più emblematici in mostra è quello del piccolo coccodrillo Acynodon, proveniente dal Villaggio del Pescatore in Friuli-Venezia Giulia: un animale del Cretacico la cui dentatura e struttura cranica sono state ricostruite con un livello di precisione eccezionale grazie alla luce di sincrotrone.
Un museo che diventa laboratorio digitale
PALEOTAC non si limita a raccontare ricerche: segna anche la rinascita del piano terra della Collezione di Geologia. Il percorso è ora arricchito da strumenti di fruizione immersivi e interattivi: una sala immersiva per esplorare ambienti ed ecosistemi preistorici; avatar conversazionali che guidano il pubblico tra i reperti; postazioni VR per osservare fossili e animali estinti in tre dimensioni e applicazioni di realtà aumentata che prolungano la visita al primo piano della collezione storica.
L’obiettivo è coniugare il valore delle collezioni ottocentesche con le tecnologie più avanzate oggi disponibili, trasformando il museo in uno spazio dinamico e accessibile, adatto a tutte le età.

Incontri, visite e laboratori
Per tutta la durata della mostra sono previste iniziative collaterali.
A dicembre (14, 21 e 28) si terranno visite guidate a piccoli gruppi, mentre i più giovani potranno sperimentare un laboratorio pensato per bambine e bambini dagli 8 agli 11 anni.
Tra febbraio e aprile, inoltre, si svolgerà un ciclo di tre conferenze dedicate agli usi convenzionali e non convenzionali della TAC, alle applicazioni geologiche e paleontologiche della luce di sincrotrone e ai rapporti tra illustrazione e divulgazione scientifica. Quest’ultimo appuntamento presenterà anche due progetti editoriali realizzati in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna.
ℹ️ INFORMAZIONI UTILI
✅ PALEOTAC. Come guardare attraverso i fossili
📍 Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini”, Via Zamboni 63, Bologna
📅 Dal 13 dicembre 2025 al 17 maggio 2026
🌐 Info: sma.unibo.it/it/agenda/paleotac-mostra

