Sessant’anni dopo il 4 novembre 1966, quando l’Arno travolse Firenze sommergendo chiese, archivi e musei, un’opera simbolo della collezione etrusca torna a raccontare quella ferita attraverso la forza della ricerca scientifica. L’Urna del Bottarone, appena restaurata, viene presentata in anteprima in questi giorni a TourismA 2026, il Salone dell’Archeologia e del Turismo Culturale in corso fino al primo marzo al Palazzo dei Congressi di Firenze.
Al termine della kermesse, l’opera tornerà fruibile al pubblico nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, celebrando così il completamento di un importante intervento conservativo che ha restituito luminosità e intensità ai colori originari dell’urna di alabastro, riportando all’antico splendore l’abbraccio senza tempo della coppia di sposi etruschi scolpita oltre 2400 anni fa
Dall’alluvione del 1966 alla rinascita del Museo Archeologico
Quando il fango invase le sale del museo, l’acqua superò i due metri di altezza raggiungendo i depositi, i laboratori e gli archivi fotografici. La sezione del Museo Topografico dell’Etruria fu tra le più colpite. Molti reperti in pietra e terracotta subirono danni da imbibizione, cristallizzazione salina e deposito di particellato limoso.
L’Urna del Bottarone, scolpita in alabastro – materiale tenero e particolarmente sensibile all’umidità – riportò conseguenze forse lì per lì meno vistose ma molto insidiose: alterazioni cromatiche, microfratture e problemi di stabilità, soprattutto nella testa maschile del gruppo scultoreo.
Il primo intervento, tra il 1969 e il 1970, diretto da Francesco Nicosia, si concentrò sulla rimozione del fango e sulla messa in sicurezza strutturale. Ma le conoscenze diagnostiche dell’epoca non consentivano di affrontare in modo sistematico la questione della policromia antica.
Un capolavoro dell’arte funeraria chiusina
Realizzata tra il 425 e il 380 a.C., l’urna proviene dall’area di Città della Pieve e rientra nella produzione funeraria dell’Etruria interna, in particolare dell’ambito chiusino. Il coperchio raffigura una coppia di sposi distesi sulla kline, colti in un abbraccio intimo e solenne.
L’iconografia è straordinaria: nella scultura funeraria chiusina coeva, il defunto compare quasi sempre con un demone femminile alato. Qui invece “la donna è la moglie, è il gesto dello svelamento che ce lo conferma” sostiene Barbara Arbeid, funzionaria archeologa e curatrice della Sezione Etrusca evidenziando l’eccezionalità iconografica dell’opera e la forza espressiva di quell’abbraccio, che rappresenta l’affermazione della continuità del legame coniugale oltre la morte.
L’alabastro, estratto probabilmente da cave dell’Italia centrale, è lavorato con grande perizia: panneggi morbidi, resa attenta delle acconciature, dettagli anatomici calibrati. Elementi che acquistano oggi nuova leggibilità grazie al recupero delle cromie originarie.
Il restauro 2022–2024: diagnostica, blu egizio e mappatura dei pigmenti
Il nuovo intervento, avviato nel 2022 grazie a un accordo tra Italia e Svizzera e al sostegno dell’Ufficio Federale Svizzero della Cultura, è stato effettuato da Daniela Manna su progetto scientifico e sotto la supervisione di Barbara Arbeid, Giulia Basilissi e Mario Iozzo.
Tra i risultati più significativi ottenuti dal restauro ci sono l’individuazione e la mappatura del blu egizio, insieme a ocre e cinabro, che hanno permesso di ricostruire con maggiore precisione l’impatto cromatico originario dell’opera. «Le indagini di imaging hanno dato risultati entusiasmanti: abbiamo individuato il blu egizio e potuto mappare la policromia, immaginando l’urna nel suo aspetto originario», afferma Giulia Basilissi, Funzionaria Restauratrice Conservatrice del Museo.
Dalla mostra temporanea al ritorno al Museo Archeologico Nazionale di Firenze
La mostra I colori dell’alabastro. Il restauro dell’Urna del Bottarone a sessant’anni dall’alluvione di Firenze .
a cura dello studio Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab è pensato come un dispositivo narrativo sobrio e immersivo in cui il capolavoro etrusco è testimone materiale di una vicenda lunga sessant’anni: dalla sopravvivenza nel fango ai primi interventi post-alluvione, fino al restauro avviato nel 2022 e accompagna così il visitatore in un percorso essenziale che intreccia memoria collettiva, storia del Museo e pratica del restauro.
La mostra è visitabile dal 27 febbraio al 1° marzo dalle 9 alle 18 a ingresso gratuito presso il Palazzo dei Congressi – Spazio espositivo centrale. Subito dopo la fine di TourismA l’Urna del Bottarone tornerà fruibile al pubblico nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.




