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I siti archeologici non sono soltanto custodi del passato, ma autentici scrigni di biodiversità. Lo dimostra la più ampia review scientifica mai realizzata sul tema, pubblicata sulla rivista People and Nature e condotta da ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Lo studio analizza oltre 240 ricerche relative a più di 1.400 siti archeologici, evidenziando il ruolo cruciale di questi luoghi nella conservazione degli ecosistemi.

Coordinato da Antonio Romano, Elisa Storace, Diego Ronchi ed Elisa Dalla Longa, il lavoro dimostra come le aree archeologiche rappresentino veri e propri rifugi ecologici, capaci di ospitare specie rare e talvolta scomparse dai paesaggi circostanti.

Microhabitat naturali tra rovine e monumenti

Molti siti archeologici sono rimasti relativamente invariati nel tempo, e questa limitata pressione antropica ha favorito la formazione di ambienti naturali stabili. Dal punto di vista ecologico, ogni struttura genera microhabitat specifici: murature antiche, cavità sotterranee e superfici lapidee offrono condizioni ideali per numerose specie.

Una parete romana esposta al sole può ospitare piante xerofile, mentre tombe ipogee costituiscono habitat per muschi, insetti e pipistrelli. Muri greci e medievali, invece, offrono rifugio a rettili termofili, molluschi, artropodi e uccelli nidificanti, dimostrando come l’interazione tra patrimonio culturale e natura sia più profonda di quanto si immagini.

Un’analisi globale tra passato e presente

La review copre un arco temporale che va dal XVII secolo fino ai giorni nostri e prende in esame siti distribuiti su sei continenti, con l’Europa – e in particolare l’area mediterranea – come regione maggiormente rappresentata. L’Italia risulta il Paese con il più alto numero di studi e contesti analizzati.

Dal punto di vista cronologico, i siti spaziano dalla Media Età della Pietra fino al XIX secolo, con una prevalenza di contesti compresi tra il V secolo a.C. e il XIV secolo d.C. La ricerca evidenzia inoltre che l’86,9% degli studi riguarda la flora, mentre la fauna è oggetto del 13,1% delle indagini; solo una piccola percentuale analizza entrambi gli ambiti.

Nuove prospettive per la tutela e la valorizzazione

I risultati aprono scenari innovativi nella gestione del patrimonio culturale. L’integrazione tra archeologia ed ecologia suggerisce modelli interdisciplinari in cui archeologi, botanici, zoologi e restauratori collaborano per la conservazione dei siti.

Anche sul piano culturale ed economico emergono opportunità significative: percorsi botanici, osservazioni faunistiche, pannelli didattici e programmi educativi possono arricchire l’esperienza dei visitatori. In questa prospettiva, i monumenti diventano spazi viventi, capaci di produrre conoscenza scientifica, tutela ambientale e nuove forme di narrazione del passato.

Immagine in apertura: ©Elisa Storace

📘 Fonte scientifica

  • 📄 Romano, A., Storace, E., Ronchi, D., & Dalla Longa, E. Ancient people and living nature: A global perspective on archaeological areas and biodiversity
  • 🏛️ Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto per la BioEconomia (CNR–IBE), Rome, Italy; Consiglio Nazionale delle Ricerche, Unità Valorizzazione della Ricerca (CNR–UVR), Rome, Italy; Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (CNR–ISPC), Montelibretti, Rome, Italy; Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (CNR–ISPC), Montelibretti, Rome, Italy
  • 📚 People and Nature (peer-reviewed) 00, 1–15. (2026)
  • 🔗 https://doi.org/10.1002/pan3.70299

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: CNR ✅

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