Un volto scavato, uno sguardo che ferisce, una presenza che occupa lo spazio con la monumentalità di un ritratto aristocratico pur indossando abiti logori. È questa la forza disarmante del Mendicante moro, il grande olio su tela dipinto da Giacomo Ceruti tra il 1725 e il 1730, appena entrato nelle raccolte delle Gallerie degli Uffizi. Una conquista importante per il museo fiorentino, che finora possedeva un solo dipinto dell’artista e che ora amplia in modo sostanziale la propria collezione di pittura del Settecento.
Un ritratto che parla al presente
Ceruti, pittore milanese attivo nell’Italia settentrionale, è noto come il “pittore degli ultimi” per il suo approccio diretto, quasi documentario, ai soggetti appartenenti ai ceti più poveri.
Nel Mendicante moro, l’artista rinuncia a ogni forma di esotismo o stereotipo allora diffuso nelle raffigurazioni di figure africane: niente costumi orientaleggianti, niente pose decorative, nessun intento aneddotico.
L’uomo che emerge dalla tela è reale, individuale, carico di una dignità che travalica la sua condizione.

I dettagli del volto – le pupille profondissime, il bianco degli occhi che brilla di un’emozione trattenuta, la stanchezza che non cancella la vitalità – rivelano l’intenzione di Ceruti: restituire umanità, non creare un tipo.
Questa scelta, radicale per il Settecento, anticipa una sensibilità moderna, capace di guardare alle persone comuni come soggetti degni di essere rappresentati con la stessa solennità riservata alla nobiltà.
Contro gli stereotipi dell’epoca
Nel Settecento, le figure di origine africana comparivano spesso nell’arte europea in ruoli servili o decorativi, soprattutto nella statuaria dei cosiddetti “mori”, impiegata per enfatizzare il lusso dei committenti. Ceruti sovverte completamente questo schema: il suo protagonista non è simbolo di exotic appeal, ma individuo con una storia e una presenza psicologica che si impone allo spettatore.
Un’opera già celebre nella storia degli studi
Sebbene manchi una storia collezionistica dettagliata, il dipinto è noto agli storici dell’arte dal secondo dopoguerra: nel 1953 fu esposto nella celebre mostra I pittori della realtà, curata da Roberto Longhi, che contribuì a riscoprire la grandezza di Ceruti.

Da allora, il Mendicante moro ha continuato a occupare un posto centrale nella bibliografia dedicata all’artista, fino alla recente esposizione Giacomo Ceruti nell’Europa del Settecento (Brescia, 2023).
L’ingresso agli Uffizi e il valore dell’acquisizione
Per il direttore Simone Verde, il nuovo ingresso “allarga i confini culturali di un secolo in cui si affermano i valori dell’uguaglianza”.


Il Mendicante moro dialogherà ora con altre opere settecentesche presenti in Galleria, testimoniando il ruolo cruciale di Ceruti nella transizione verso una visione più laica e sociale dell’arte.




