Aveva tra i due e i quattro anni quando fu ucciso a colpi di spada e poi sepolto nel pavimento di un’abitazione in Scandinavia. E lì le sue ossa sono rimaste per oltre duemila anni, finché gli archeologi non le hanno ritrovate e analizzate. Ma perché il bambino fu ucciso in quel modo? E perché il suo cranio fu deposto sotto il pavimento di una casa?
A tentare di rispondere a queste inquietanti domande è un team internazionale di studiosi guidato da Marianne Hem Eriksen, research professor al Nationalmuseet, il Museo Nazionale di Danimarca, e composto da ricercatori di varie università tra cui Leicester e Cambridge. Il lavoro rientra nell’ambito del progetto BODY-POLITICS, che analizza la politica del corpo, la sessualità e la morte nel Nord Europa nel primo millennio, ed è stato pubblicato sul Journal of Archaeological Method and Theory.
Luoghi di sepoltura “inconsueti”
Nello specifico, la ricerca offre una nuova interpretazione sulle forme di violenza e sul trattamento dei defunti nell’Età del Ferro scandinava (dal 500 a.C. circa al 1100 d.C.). Il team ha preso in esame i resti di 197 individui, concentrandosi su un gruppo che presentava traumi ante e perimortem — documentati sotto forma di lesioni da arma da taglio o da corpo contundente, ferite da difesa e lesioni di origine sconosciuta — e i cui resti sono stati trattati in modo del tutto atipico dopo la morte.
Non furono infatti sepolti in maniera “convenzionale” in cimiteri o tumuli, né furono cremati nei periodi in cui la cremazione era la pratica più diffusa. Al contrario, vennero collocati all’interno di longhouses (le cosiddette “case lunghe”), buche di palo (postholes), pozzi, fosse o focolari domestici. In tutto, 12 individui del campione mostravano evidenze osteologiche di traumi subiti poco prima o intorno al momento del decesso.
L’osso frontale di un piccolo cranio sotto il pavimento
Uno dei casi più significativi proviene da Postgården VI, un grande villaggio dell’età del Ferro situato nell’area di Aalborg, nello Jutland Settentrionale (Danimarca). Si tratta di una porzione dell’osso frontale del cranio di un bambino di età compresa tra i due e i quattro anni, sul quale gli studiosi hanno rilevato lesioni compatibili con colpi di spada.
Dopo la morte del piccolo, l’osso venne deposto all’interno della pavimentazione che separava i due piani di una casa regolarmente abitata, e qui rimase a lungo mentre la vita di ogni giorno continuava a svolgersi sopra di esso. Curiosamente, le analisi hanno dimostrato che i resti erano più antichi di circa due secoli rispetto all’abitazione, il che fa pensare che possano essere stati conservati in maniera deliberata per parecchio tempo prima di essere “murati” nel pavimento. Il destino del resto del corpo del piccolo, invece, rimane un mistero.

Quello del bambino non è l’unico casi in cui gli studiosi hanno rilevato la presenza di parti corporee collocate all’interno di case o di altri edifici, e lì deposte molto tempo dopo la morte. L’ipotesi è che alcuni di questi individui possano essere stati vittime di sacrifici umani o di esecuzioni capitali; altri, invece, sarebbero stati sepolti altrove prima che determinate parti del loro corpo venissero recuperate per essere spostate all’interno degli edifici.
L’analisi dettagliata condotta dal team sui 12 scheletri scelti ha restituito un quadro variegato e drammatico che attraversa oltre un millennio di storia, dall’Età del Ferro preromana all’Epoca Vichinga, dimostrando come il ricorso alla violenza e l’uso dello spazio domestico per la conservazione o il deposito dei resti umani rispondessero a pratiche sociali e rituali diffuse.

I dati: le testimonianze dell’Età del Ferro preromana (VI- I sec. a.C. circa)
Ecco una sintesi dei risultati dello studio. Partendo dall’Età del Ferro preromana (VI- I sec. a.C. circa), il villaggio di Postgården VI ha restituito, oltre ai resti del bambino (Individuo 1), quelli di un uomo di oltre 45 anni (Individuo 2) affetto da gravi patologie articolari. L’uomo, che aveva subito in vita due distinte fratture della mano e del perone, dopo la morte non fu cremato: il corpo venne deposto all’interno di una fossa, sopra la quale sorse una longhouse.
Poco lontano, nel sito di Lindved, una donna in età avanzata (Individuo 3) è stata ritrovata all’interno di una fossa di cottura. Lo scheletro – incompleto – recava i segni di una violenta ferita perimortem alla tibia sinistra inflitta con un fendente. Ancor più rilevante, i resti erano stati scarnificati e parzialmente bruciati dopo il decesso.
I dati: le testimonianze dell’Età del Ferro romana (I-V sec. d.C.)
I ritrovamenti sono attestati anche nei contesti databili alla successiva Età del Ferro romana (circa I–V sec. d.C.), periodo caratterizzato dal progressivo aumento di tensioni e conflitti. A Tokkendrup, in Danimarca, gli archeologi hanno rinvenuto un frammento del cranio di un uomo adolescente o adulto (Individuo 4) all’interno di una fossa isolata nel cortile tra le abitazioni: sulla fronte c’erano i segni di due colpi letali e la testa era stata lasciata esposta agli agenti atmosferici prima di essere collocata nella fossa insieme a ceramiche e resti di cavalli sacrificati.
Altrettanto significativi i resti di due individui rinvenuti nel villaggio di Sønder Tranders: l’Individuo 5 presentava i segni di una frattura non saldata all’ulna, la classica ferita “da parata” o da difesa, inflitta mentre tentava di ripararsi da un colpo. L’Individuo 6 (di età compresa tra i 25 e i 35 anni), anch’esso collocato in una fossa poco profonda su cui poi sorse un’abitazione, portava invece i segni di due coltellate inferte tra le costole e aveva i polsi incrociati sull’addome, legati in quella posizione al momento del decesso.
Contemporaneamente, nel grande centro rituale di Uppåkra, in Svezia, sono emersi diversi frammenti ossei sparsi assai significativi: una porzione del cranio di un individuo (Individuo 7) con i segni di un fendente perfettamente guarito, che giaceva in uno strato di ossa sparse sopra una sala bruciata, e la scapola di un altro (Individuo 8) con i segni di un colpo inferto da tergo con una lancia. L’osso era poi stato collocato nella buca di un palo portante di un edificio di culto.
I dati: l’epoca merovingia e quella vichinga
Anche tra il Periodo merovingio (550–750 d.C.) e l’epoca vichinga vera e propria (750–1050 d.C.), le testimonianze continuano a raccontare episodi di ferocia e violenza. A Hjärup è stato trovato un femore (Individuo 9) con segni di raschiatura e scarnificazione inferte con strumenti seghettati, prima che l’osso fosse gettato in un pozzo insieme a frammenti di ceramica antichi di secoli. A Stanstorp, parti del cranio di un adulto (Individuo 10) con una probabile ferita guarita giacevano in una fossa insieme a macine, strumenti e ossa di animali sacrificati.
All’alba dell’era vichinga, nell’insediamento di Århus, il cranio (parziale) di una giovane donna (Individuo 11, età tra i 18 e i 25 anni: il sesso è stato stabilito dalle analisi del Dna, perché in precedenza si riteneva trattarsi di un uomo), gravemente lesionato da un fendente all’orbita oculare, fu lasciato scheletrizzare prima di essere gettato in un pozzo adiacente ad alcune abitazioni sotterranee.

A completare questo macabro mosaico è il caso dell’Individuo 12, rinvenuto nei pressi della grandiosa sala reale di Gammel Lejre: un uomo di circa trent’anni che portava su di sé il segno di ben cinque eventi traumatici antecedenti alla morte — tra cui una clavicola rotta e mal saldata, un’ulna spezzata mentre cercava di difendersi e tre distinti colpi contusivi al cranio, rimarginati in tempi diversi —, drammatica testimonianza di una vita segnata da brutali episodi di violenza interpersonale, avvenuti prima della sua sepoltura a ridosso dell’epicentro politico e rituale dell’élite scandinava.
Violenza, rituali e identità
Queste pratiche descrivono un panorama culturale in cui il confine tra la vita quotidiana, il rituale e la violenza era assai più sfumato di quanto ipotizzato in passato. La casa scandinava dell’Età del Ferro e dell’Epoca Vichinga non era un semplice rifugio domestico, ma uno spazio fortemente sacralizzato, il cui valore simbolico ed esistenziale veniva letteralmente fondato, protetto e rinnovato attraverso l’incorporazione di resti umani.
Che si trattasse di frammenti ossei conservati per generazioni, o di interi corpi sottoposti a complessi trattamenti post-mortem o di vere e proprie vittime di sacrifici ed esecuzioni capitali, l’uso atipico dei resti mostra che la violenza — episodica, strutturale o rituale che fosse — era parte integrante, quasi imprescindibile, della società.
Sottraendo deliberatamente questi individui alle sepolture tradizionali nei cimiteri o nei tumuli, la comunità dei vivi sceglieva di intrecciare la memoria dei propri morti, e persino le tracce dei propri conflitti, con i luoghi fisici in cui abitava, lavorava e celebrava i propri riti ogni giorno.
📘 Fonte scientifica
- 📄 Eriksen, M.H., Tamorri, V., Louka, V. et al. Broken bodies in Domestic Spaces: Direct and Structural Violence in an Atypical Mortuary Dataset from Iron and Viking Age Scandinavia
- 📚 Journal of Archaeological Method and Theory 34, 26 (2027)
- 🔗 https://doi.org/10.1007/s10816-026-09817-w
📘 Notizia verificata ✅
- 📄 Fonte: Nationalmuseet
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Data di pubblicazione registrata: 07/10/2026 10:04
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