Lo spettacolare lampadario in bronzo di Cortona, capolavoro dell’artigianato etrusco, sarebbe in realtà ben più antico di quanto finora ritenuto. A sostenerlo sono due ricercatori che, studiando a fondo il celebre reperto – unico esemplare di lampadario etrusco ritrovato integro – ne avrebbero anche reinterpretato la decorazione, da oltre un secolo e mezzo oggetto di dibattito.

Il lampadario etrusco di Cortona. Credit: Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona (da DOI: 10.1515/etst-2023-0019Press Release De Gruyter)

Rinvenuto casualmente nel 1840 nella zona di Fratta, in un possedimento privato appartenente a Luisa Bartolozzi Tommasi, esponente di una delle maggiori casate di Cortona (Arezzo), il lampadario fu acquistato dall’Accademia Etrusca di Cortona e da allora costituisce uno dei pezzi più pregiati della sua ricca collezione. Il manufatto misura 60 cm di diametro, pesa circa 60 kg e fu realizzato con fusione a cera persa da officine dell’Etruria interna centro-settentrionale, tra Arezzo e Orvieto, zona dalla quale provengono altri grandi bronzi quali la Chimera e l’Arringatore.

La faccia inferiore è decorata con scene figurate e motivi fitomorfi e al centro campeggia un volto apotropaico di Gorgone (gorgoneion) incorniciato da riccioli e una grande bocca con canini ai lati della lingua pendente. Il gorgoneion è contornato da piccoli serpenti aggrovigliati, realizzati a mano. Sul bordo 16 beccucci, dove avveniva la combustione dell’olio lampante grazie ad appositi stoppini, si alternano ad altrettanti piccoli volti barbuti e cornuti, che la maggior parte degli studiosi ritiene raffigurino il dio Acheloo, divinità dei fiumi e delle acque dolci appartenente al mondo classico. Il lampadario viene generalmente datato alla metà del IV secolo a.C. e si ritiene fosse destinato ad un santuario pubblico di rilievo del territorio.

Il lampadario etrusco di Cortona. Credit: Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona (da DOI: 10.1515/etst-2023-0019Press Release De Gruyter)

Ora, però, ciò che è finora stato dato per acquisito è stato messo in discussione da Ronak Alburz, dottore di ricerca, e Gijs Willem Tol, professore associato dell’Università di Melbourne (Australia), che hanno pubblicato il risultato dei loro studi sulla rivista “Etruscan and Italic Studies” edita da De Gruyter. L’interpretazione del reperto, rilevano i due ricercatori, è da sempre resa particolarmente complessa a causa della quasi totale mancanza di confronti diretti con manufatti simili di ambito etrusco, greco o italico. Né aiuta il contesto del ritrovamento, lacunoso e problematico in quanto il lampadario fu rinvenuto insieme a un’iscrizione etrusca in bronzo, che era stata attaccata su uno dei beccucci e il cui testo conteneva una dedica al dio Tinia da parte della famiglia dei Musni. L’iscrizione è databile è al III-II secolo a.C. ed è quindi più recente del lampadario: probabilmente perché l’oggetto nel frattempo era stato ri-dedicato o donato come ex-voto a Tinia, la divinità più importante del pantheon etrusco.

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Studiando altri oggetti coevi, i due ricercatori hanno proposto di retrodatare il lampadario al 480 a.C. Rivoluzionaria anche la nuova interpretazione data alla decorazione, che si articola su vari registri. Dal confronto con le fonti letterarie e iconografiche, Alburz e Tol hanno riscontrato che non solo Acheloo ma anche Dioniso, il dio greco del vino e del piacere, era sovente raffigurato con le fattezze di un toro. La loro ipotesi è dunque quella che la lampada raffiguri non il dio dei fiumi, ma il tiaso di Dioniso, l’associazione che celebrava il culto di quest’ultimo con processioni, canti e danze sfrenate condotte in stato di ebbrezza. “Il lampadario era probabilmente un oggetto rituale associato al culto misterico di Dioniso”, spiega Alburz. “La decorazione rappresenta il tiaso dionisiaco, probabilmente intento nella celebrazione dei misteri del dio”.

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Fonte notizia: Comunicato Phys / De Gruyter

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