Un timone di grandi dimensioni e un grosso cannone navale sono emersi dalle acque di Fontane Bianche, nel Siracusano. I ritrovamenti, databili tra il XVI e il XVIII secolo, potrebbero essere legati alla Battaglia di Capo Passero del 1718, combattuta in quel braccio di mare tra la flotta inglese e quella spagnola. L’assessore regionale ai Beni culturali, Francesco Paolo Scarpinato, ha annunciato nuove ricerche per approfondire il contesto di questi reperti, che arricchiscono il patrimonio archeologico marino della Sicilia.

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Due reperti importanti: un timone e un cannone

I due reperti sono stati riportati in luce grazie alle immersioni condotte da Fabio Portella, ispettore onorario per i Beni culturali sommersi della provincia di Siracusa. Di cosa si tratta? Il primo è un timone navale lungo quasi 5 metri e pesante circa 800 kg, costruito in legno e rivestito da una lamina metallica inchiodata. Ritrovato a bassa profondità, è stato recuperato su indicazione della Soprintendenza del Mare per preservarlo da possibili danni. Attualmente, è sottoposto a trattamenti conservativi per garantirne la stabilità. La sua mole suggerisce che appartenesse a una nave in legno di grandi dimensioni, probabilmente un galeone spagnolo.

timone Fontane Bianche
Il gigantesco timone, appartenente con molta probabilità a un galeone

Il secondo reperto è invece un cannone in ferro: lungo 2,5 metri, si trova a una profondità di 49 metri. Caratteristiche come la culatta, il bottone, gli orecchioni e gli anelli di rinforzo lo collocano tra il XVI e il XVIII secolo. La sua posizione sul fondale lo rende un punto di riferimento per future esplorazioni.

Segnalati il 10 aprile scorso, i resti rappresentano una testimonianza preziosa della cantieristica navale e delle tecnologie belliche dell’epoca.

timone  Fontane Bianche
Il cannone di ferro di Fontane Bianche

11 agosto 1718: la Battaglia di Capo Passero

La Soprintendenza del Mare ipotizza che i ritrovamenti siano legati alla Battaglia di Capo Passero, combattuta l’11 agosto 1718 tra la flotta inglese e quella spagnola al largo di Avola. Lo scontro fu un episodio cruciale della Guerra della Quadruplice Alleanza (1718-1720), in cui l’Inghilterra, alleata di Francia, Austria e Paesi Bassi, contrastò le ambizioni spagnole di Filippo V nel Mediterraneo.

La battaglia navale di Capo Passero dell’11 agosto 1718, olio su tela di Richard Paton, 1767 (Wikimedia Commons)

La flotta spagnola, guidata dall’ammiraglio Antonio de Gaztañeta, fu sconfitta dagli inglesi di George Byng al largo della Sicilia, con diverse navi affondate o arenate. Le cronache militari dell’epoca narrano che alcuni galeoni spagnoli, nel tentativo di sfuggire alle più agili navi britanniche, si avvicinarono alla costa siciliana, naufragando nelle acque di Avola, nelle zone di “Gallina” e “Cicirata”. Ritrovamenti precedenti in queste aree, come ancore e frammenti di armamenti, rafforzano l’ipotesi che il timone e il cannone provengano da uno di questi relitti.

I fondali del siracusano custodiscono molti reperti bellici navali. Nel 2012 è stata individuata, tra Avola e Cassibile, a circa 5 metri di profondità, il relitto di una nave e i suoi cannoni (recanti la scritta «London»), anch’essa risalente al conflitto del 1718

Una parte del relitto inglese trovato nel 2012 (Di Johnmartindavies – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=24155908)

Lo scontro segnò un momento chiave nella lotta per il controllo del Mediterraneo, in un periodo in cui la Sicilia era un crocevia strategico, conteso da grandi potenze e al centro dei loro interessi geopolitici.

Obiettivo: mappare il fondale

L’assessore regionale Francesco Paolo Scarpinato ha commentato con entusiasmo la scoperta: “Questi ritrovamenti aprono nuovi scenari per intraprendere ulteriori attività di ricerca, al fine di arricchire le conoscenze su questo evento bellico che ancora una volta vede la Sicilia e il suo mare protagonista.” La Soprintendenza del Mare, diretta da Ferdinando Maurici, sta coordinando le operazioni di studio e conservazione, in collaborazione con esperti di archeologia subacquea. L’obiettivo è non solo preservare i reperti, ma anche mappare il fondale di Fontane Bianche per individuare altri resti del naufragio, potenzialmente nascosti dalla sabbia.

La conservazione di Fontane Bianche: una corsa contro il tempo

Data la sua deperibilità e la bassa profondità di ritrovamento, il timone è stato immediatamente recuperato per evitare deterioramenti causati da correnti o atti vandalici. Il legno, esposto per secoli all’acqua marina, richiede trattamenti complessi, come la desalinizzazione e la stabilizzazione in vasche controllate, già avviati presso un laboratorio specializzato. Il cannone, invece, rimane sul fondale per la sua maggiore resistenza, ma è monitorato per valutare un eventuale recupero futuro. Queste operazioni riflettono l’impegno della Sicilia nella tutela del patrimonio sommerso, un settore in cui l’isola è all’avanguardia grazie a progetti come il “Mare Nostrum” della Soprintendenza.

Nuove prospettive di ricerca

I ritrovamenti aprono la strada a una campagna di indagini subacquee più ampia. La Soprintendenza del Mare sta pianificando l’uso di sonar e droni subacquei per mappare il fondale di Fontane Bianche, un’area già nota per la ricchezza archeologica. La collaborazione con università siciliane e centri di ricerca internazionali, come l’Università di Malta, mira a ricostruire il contesto del naufragio e a identificare la nave d’origine dei reperti. L’ipotesi è che si tratti di un galeone spagnolo, ma solo ulteriori analisi, come lo studio delle lamine metalliche del timone, potranno confermarlo.

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