Quando i rifiuti raccontano la storia. Anche a Pompei, dove le indagini sulle tombe di Marco Tullio e Marco Alleio Minio hanno rivelato un passato sorprendente. Prima di ospitare i monumenti funerari della nobiltà, l’area era una discarica urbana, un dettaglio che illumina l’evoluzione di Porta Stabia, uno degli accessi principali alla città tra il II secolo a.C. e l’epoca imperiale.

Lo studio, firmato da un team internazionale guidato da William Van Andringa, in collaborazione con l’École française de Rome e l’École Pratique des Hautes Études, presenta i risultati degli scavi condotti tra il 2021 e il 2024 a Porta Stabia. Intitolato dal titolo “Rubbish and public memory at the Stabian Gate: when archaeology defines an urban gateway” (Rifiuti e memoria pubblica a Porta Stabia: quando l’archeologia definisce un ingresso urbano), è stato pubblicato oggi sull’E-journal del Parco Archeologico di Pompei. Può essere scaricato gratuitamente a questo link.

Porta Stabia da fossato a necropoli: una trasformazione urbana

Porta Stabia, situata nella parte meridionale di Pompei, era un varco strategico per l’accesso alla città. Gli scavi, avviati quattro anni fa, si sono concentrati sull’area a est della strada d’ingresso, dove sono emerse le sepolture di Marco Tullio e Marco Alleio Minio, esponenti di spicco della nobiltà locale. Ma sotto questi monumenti, c’era molto di più: strati di riempimento risalenti al II secolo a.C., composti da rifiuti urbani accumulati in un fossato difensivo del I secolo a.C.

Le trincee scavate hanno messo in luce un processo di bonifica. Quello che un tempo era un elemento delle fortificazioni sannitiche fu gradualmente colmato con ceramiche rotte, ossa animali e altri detriti della vita quotidiana. Solo successivamente l’area fu livellata per accogliere le tombe, segno di una trasformazione urbanistica legata all’ascesa sociale di famiglie illustri nel periodo romano.

Veduta aerea dell’area di scavo (foto dall’E-Journal)

Le tombe dei patrizi: Marco Tullio e Marco Alleio Minio

Le tombe di Marco Tullio e Marco Alleio Minio sono il fulcro dello studio. Marco Tullio, noto per il tempio omonimo nel Foro, e Marco Alleio Minio, probabilmente legato alla gens Alleia, rappresentano la classe dirigente pompeiana che, tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., scelse Porta Stabia per celebrare la propria memoria. I monumenti funerari, costruiti su un terreno precedentemente occupato da rifiuti, non erano solo sepolture, ma simboli di prestigio che incorniciavano l’ingresso alla città, visibile a chiunque varcasse la soglia.

Gli archeologi hanno datato con precisione i riempimenti grazie ai reperti rinvenuti, tra cui frammenti ceramici e resti organici. Questi materiali, analizzati con rigore scientifico, confermano che la transizione da discarica a necropoli avvenne in un contesto di riorganizzazione urbana, quando Pompei si stava adattando alle influenze romane.

Un progetto di ricerca internazionale

Il lavoro, pubblicato come detto nell’E-Journal degli Scavi di Pompei, è parte di un programma di ricerca sulle necropoli di Porta Nocera e Porta Stabia, coordinato dal Parco Archeologico con prestigiosi istituti internazionali. Il testo, redatto in inglese e revisionato da Talia Smith della Brown University, porta la firma di un’équipe di dodici studiosi, tra cui Elsa Dias, Henri Duday e Adrien Malignas. Combinando stratigrafia, analisi dei materiali e studi antropologici, il team ha ricostruito una storia che va oltre le rovine, offrendo un’interpretazione nuova e rigorosa dell’evoluzione di Porta Stabia.

I rifiuti di Porta Stabia come archivio storico

Ciò che distingue questo studio è l’attenzione ai rifiuti urbani. Lungi dall’essere un dettaglio marginale, questi strati di scarti sono una miniera di informazioni. “I rifiuti ci parlano della vita quotidiana e dei cambiamenti sociali,” spiega William Van Andringa, coordinatore del progetto. “A Porta Stabia, vediamo una città che si trasforma, passando da un passato sannitico a un presente romano attraverso un processo di bonifica e monumentalizzazione.”

I detriti in fase di scavo (dall’E-Journal)

Le analisi preliminari indicano che i riempimenti contengono ceramiche di uso comune, resti di pasti e scarti di lavorazione, offrendo uno spaccato della Pompei pre-imperiale. Questo approccio dimostra come l’archeologia possa trasformare anche i reperti più umili in una chiave per comprendere il passato.

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