L’indagine archeologica è durata tre anni, dal 2021 al 2024, ma ne è valsa la pena. Sì, perché l’oppidum di Manching, straordinario sito a sud-est di Ingolstadt, in Germania, ha restituito oltre 40.000 reperti, alcuni di eccezionale qualità, che arricchiscono la nostra conoscenza del mondo celtico e dell’età del Ferro.
Situato in Alta Baviera, Manching era – così si ritiene – la capitale della tribù celtica dei Vindelici. Fondata nel III secolo a.C., raggiunse l’acme nel II secolo a.C. imponendosi come il centro politico ed economico più importante, a nord delle Alpi, dell’epoca lateniana. Ciò fu possibile anche grazie alla presenza di un vivace porto fluviale, posto alla confluenza tra il Paar e il Danubio, nel quale arrivavano merci anche dal Mediterraneo, come testimoniano le anfore da vino e da garum, la celebre salsa a base di pesce importata dal mondo romano.

Forte di una superficie urbana di circa 400 ettari e di una popolazione che, si calcola, poteva arrivare a 10.000 abitanti, era un centro più esteso e affollato, per fare un paragone, di una città grande e popolosa come la Norimberga medievale. Il declino dell’oppidum avvenne nel I secolo a.C., probabilmente a causa delle mutate condizioni seguire alla conquista della Gallia da parte di Cesare. Progressivamente spopolata, Manching dovette essere quasi del tutto abbandonata prima della campagna di conquista della Rezia e dell’arco alpino condotta tra il 16 e il 7 a.C. da Augusto.
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Cosa mangiavano i Celti di Manching
Le analisi interdisciplinari condotte dall’Ufficio Bavarese per la Conservazione dei Monumenti (BLfD) hanno permesso di ricostruire la dieta e le pratiche produttive. Resti di cereali, carni bovine e suine, ma anche le prime tracce di pesce confermano una dieta varia. Una gran quantità di ossa di capre e pecore indicano l’importanza dell’allevamento, praticato in modo intensivo, sia per la dieta che per la produzione di manufatti e lana. I cavalli, invece, venivano macellati solo a “fine carriera”.

Le indagini hanno rivelato anche aree dedicate all’artigianato, con officine metallurgiche e indizi di “riciclo” di ceramica, legno e metallo. Per la prima volta, inoltre, sono stati identificati residui di lavorazione del ferro, segno tangibile della presenza di officine tecnologicamente avanzate.
Un pozzo misterioso: luogo rituale o deposito?
Tra i ritrovamenti più enigmatici figura un pozzo a cassa, databile tra il 120 e il 60 a.C., contenente resti di almeno tre individui oltre ad ossa animali, una cinquantina di vasi e 32 oggetti metallici. La presenza dei resti di due corpi umani relativamente completi rende l’insieme straordinario e solleva diversi interrogativi: si tratta di luogo sacro, e quindi quei resti si riferiscono a un rito di fondazione o a un sacrificio, oppure ci troviamo di fronte a un deposito o a una discarica?

La statuetta del guerriero celtico
Molto interessante è anche la statuetta in bronzo, alta appena 7,5 cm (peso 55 grammi), raffigurante un guerriero celtico con scudo e spada, anch’essa emersa dallo scavo. Databile al III secolo a.C. e realizzata con la tecnica della cera persa, è sormontata da una sommità ad anello che induce a ritenere che fosse portata come pendente. La qualità della lavorazione e la cura dei dettagli confermano l’alto livello artistico raggiunto dalle botteghe locali.

Un patrimonio da preservare
I reperti, proprietà dello Stato bavarese, saranno studiati e in futuro probabilmente esposti nel Museo Celto-Romano di Manching. Solo il 12–13% dell’area di Manching è stato indagato, eppure già oggi il sito è considerato il più importante e documentato oppidum celtico dell’Europa centrale.
Le scoperte rese possibili dallo scavo in corso offrono nuovi elementi non solo sulla vita quotidiana, ma anche sulla religiosità e le reti commerciali dei Celti, protagonisti della protostoria europea.


Tutte le foto: ©BLfD / Pro Arch Prospecting and Archaeology GmbH.


