Un nuovo tassello del patrimonio paleocristiano di Roma torna a risplendere. Dopo anni di lavori, la basilica ipogea dei Santi Felice e Adautto e il cubicolo di Leone nelle catacombe di Commodilla sono stati restituiti alla loro bellezza originaria grazie a un complesso intervento di restauro promosso dalla Fondazione Heydar Aliyev della Repubblica dell’Azerbaigian, guidata da Mehriban Aliyeva, e realizzato in collaborazione con la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.
L’inaugurazione si è tenuta ieri, 16 ottobre, alla presenza della stessa Aliyeva, del presidente della Pontificia Commissione monsignor Pasquale Iacobone, del cardinale Gianfranco Ravasi, dell’ambasciatore azero presso la Santa Sede Ilgar Mukhtarov e del presidente dell’VIII Municipio Amedeo Ciaccheri.

Una collaborazione ormai consolidata
L’intervento nelle catacombe di Commodilla rappresenta l’ultimo capitolo di una collaborazione ormai decennale tra il Vaticano e la Fondazione Heydar Aliyev. L’accordo siglato nel 2021 ha proseguito un percorso avviato già anni prima e che ha portato alla riqualificazione delle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro ad duas lauros e alla messa in sicurezza della collezione di sarcofagi di San Sebastiano fuori le mura, con un nuovo allestimento museale.
Si tratta di un esempio virtuoso di diplomazia culturale, dove l’impegno filantropico si traduce in tutela concreta di beni comuni all’umanità. Come ha sottolineato monsignor Iacobone, «ogni restauro è un atto di custodia e di memoria, che restituisce voce e forma alle radici spirituali dell’Europa».
Le catacombe di Commodilla: storia di un luogo sacro
Il complesso delle catacombe di Commodilla, situato lungo la via delle Sette Chiese nel quartiere Ostiense, è tra i più ricchi e importanti della tradizione paleocristiana.

Scavate in un banco di pozzolana su tre livelli, le gallerie nacquero come cava e furono poi trasformate in area sepolcrale a partire dal IV secolo, quando vi furono deposte le reliquie dei martiri Felice e Adautto, vittime delle persecuzioni di Diocleziano (284-305).

A loro fu dedicata una basilica ipogea che divenne presto meta di pellegrinaggi e luogo di culto prestigioso, tanto da essere menzionata nel Liber Pontificalis e oggetto di restauri da parte di vari pontefici fino al IX secolo. Nel corso del Medioevo, però, l’area conobbe un progressivo abbandono, fino a essere riscoperta da Orazio Marucchi grazie agli scavi eseguiti tra il 1903 e il 1905 dalla Pontificia commissione di archeologia sacra.
Il nome di Commodilla, che designa il complesso, deriva probabilmente da una matrona cristiana che possedeva il terreno e mise a disposizione l’area per le sepolture dei confratelli. Oggi il sito si trova all’interno del Parco di Villa Serafini, in via Giovannipoli, e costituisce uno dei cuori più suggestivi del cristianesimo sotterraneo romano.

La basilica ipogea dei Santi Felice e Adautto
Fulcro del complesso è la basilichetta sotterranea, dedicata ai due martiri.
L’ambiente conserva sulle pareti affreschi di grande importanza per la storia dell’arte paleocristiana, come la raffigurazione di Felice e Adautto in abiti liturgici e la celebre Traditio Clavium, la “consegna delle chiavi”, in cui Cristo, seduto sul globo, affida le chiavi a Pietro, alla presenza di Paolo, Stefano, Felice e Adautto. A lato compare la figura della martire Merita, un personaggio poco noto ma di enorme interesse, perché la sua immagine è l’unica conservata integralmente: un raro esempio di rappresentazione femminile nel ciclo pittorico delle catacombe.

Le pitture, offuscate da concrezioni calcaree e depositi, sono state riportate alla luce grazie a una pulitura laser a bassa potenza, che ha permesso di rimuovere le incrostazioni senza danneggiare i pigmenti originari. Sono stati inoltre utilizzati prodotti “green” e nanotecnologici consolidanti, studiati per rispettare il fragile equilibrio microclimatico del contesto ipogeo.
Il cubicolo di Leone: una perla dell’arte paleocristiana
Particolarmente significativo è il cubicolo di Leone, così chiamato dall’iscrizione che menziona un certo Leo officialis annonae, funzionario imperiale legato alla distribuzione del grano. Questo ambiente, decorato da un ciclo pittorico di straordinario valore, è tra i punti più alti della pittura catacombale romana. Vi compaiono scene di carattere simbolico e liturgico che testimoniano il linguaggio figurativo della Roma cristiana del IV secolo, in bilico tra classicità e nuova spiritualità.

Prima dei lavori, il cubicolo versava in condizioni precarie a causa di infiltrazioni e cedimenti; è stato quindi consolidato con materiali fibro-rinforzati in carbonio, una tecnica innovativa che garantisce stabilità strutturale senza alterare l’aspetto originale.
L’iscrizione “Non dicere ille secrita a bboce”: la voce più antica del volgare
Fra i tesori più celebri di Commodilla spicca un graffito in lingua volgare, tracciato in una delle pareti della basilica dei martiri Felice e Adautto. L’iscrizione recita: “Non dicere ille secrita a bboce“, che significa “Non pronunciare a voce alta le parole segrete”. Di datazione incerta – ma comunque prima del IX secolo -, secondo alcuni studiosi potrebbe essere la più antica attestazione di lingua volgare italiana.
La frase aveva una funzione pratica: ricordava al celebrante di non recitare ad alta voce le secrete, cioè le preghiere della Messa che, secondo la liturgia, dovevano essere pronunciate a bassa voce perché rivolte solo a Dio.
Il graffito, con la sua ortografia oscillante e spontanea, testimonia il passaggio dal latino al volgare e costituisce una fonte di eccezionale valore per la storia linguistica e religiosa dell’Italia altomedievale. È un frammento di parlato trasformato in scrittura, nato in un luogo di culto ma capace di raccontare l’evoluzione di un’intera civiltà.
Tecniche e principi di restauro
Il restauro delle catacombe di Commodilla è stato condotto secondo criteri scientifici avanzati, con l’obiettivo di preservare la materia originale e garantire la compatibilità ambientale degli interventi.
Le operazioni hanno previsto, più in particolare, i seguenti interventi:
- rilievi diagnostici e analisi multispettrali delle superfici pittoriche;
- pulitura laser selettiva delle aree decorate;
- applicazione di consolidanti nanostrutturati e resine a basso impatto;
- monitoraggio microclimatico per controllare umidità e temperatura;
- integrazioni minime e reversibili per assicurare leggibilità senza falsificare le lacune.
Si è così riusciti a restituire piena leggibilità ai dipinti senza alterarne la patina storica, rispettando la stratificazione temporale che rende il complesso una “palinsesto” di fede, arte e memoria.
Verso la riapertura al pubblico
Con la conclusione dei lavori, il progetto della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra punta ora alla riapertura delle catacombe di Commodilla al pubblico.

L’obiettivo è inserire il sito nel circuito delle visite dei complessi ipogei di Roma, accanto a quelli di San Callisto, Domitilla e Priscilla. L’intento è duplice: da un lato valorizzare un patrimonio finora poco conosciuto, dall’altro favorire una conoscenza diretta del cristianesimo delle origini, in un luogo che custodisce insieme la memoria del sacrificio dei martiri e l’evoluzione del linguaggio artistico e teologico tardoantico.
Come ha ricordato il cardinale Ravasi, «ogni volta che si entra in una catacomba, si discende non solo nella terra, ma nella storia stessa della fede cristiana, in quel crocevia dove l’arte diventa teologia e la parola si fa immagine».
Un patrimonio da condividere
Il restauro di Commodilla va dunque ben oltre l’intervento tecnico per assumere profondi connotati culturali e simbolici: getta infatti un ponte tra mondi diversi — Oriente e Occidente, scienza e fede — uniti nel riconoscimento di un’eredità comune.
Grazie all’impegno congiunto della Fondazione Heydar Aliyev, della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e di un’équipe di restauratori e studiosi altamente specializzati, oggi possiamo tornare a leggere, nelle ombre del sottosuolo romano, la luce di una delle pagine più antiche e universali del cristianesimo.
Le catacombe di Commodilla, con i loro intensi affreschi e la voce fragile del primo volgare, raccontano il dialogo continuo tra arte e fede: un racconto che, a distanza di sedici secoli, parla ancora al presente con la forza silenziosa e la profondità delle origini.





