A oltre cinquant’anni dal celebre rinvenimento dei Bronzi di Riace (1972), la loro provenienza torna al centro del dibattito scientifico grazie a un nuovo studio multidisciplinare pubblicato sul prestigioso Italian Journal of Geosciences della Società Geologica Italiana.

La ricerca – un lavoro di 42 pagine, firmato da 15 specialisti tra geologi, archeologi, storici, paleontologi, biologi marini ed esperti di leghe metalliche appartenenti a sei università italiane (Catania, Ferrara, Cagliari, Bari, Pavia e Reggio Calabria) – sostiene che le statue avrebbero trascorso oltre due millenni in fondali diversi da quelli di Riace, verosimilmente lungo la costa ionica siciliana, tra Brucoli e Siracusa.
Se confermato, si tratterebbe di un tassello decisivo nella cosiddetta “ipotesi siciliana”, formulata negli anni ’80 dall’archeologo americano Robert Ross Holloway.
L’ipotesi siciliana: dai trafugamenti romani al possibile occultamento
Secondo Holloway, i Bronzi non sarebbero stati forgiati per la Calabria. Le statue – probabilmente bottino del sacco romano di Siracusa del 212 a.C. – sarebbero affondate lungo le coste siciliane durante il trasporto.
Successivamente, in epoca molto più tarda, archeotrafficanti le avrebbero recuperate e spostate a Riace, lasciandole nei bassi fondali in attesa di esportarle illegalmente.
Questa ricostruzione venne ripresa negli anni da Margaret McCann, poi rilanciata nel volume di Anselmo Madeddu, Il mistero dei Guerrieri di Riace: l’ipotesi siciliana (Algra Editore), che già includeva analisi geologiche coordinate dal professor Rosolino Cirrincione dell’Università di Catania.

Le nuove prove: terre di saldatura, patine e biota marino
Lo studio appena pubblicato aggiunge nuove evidenze scientifiche, articolate su tre linee di ricerca principali.
1. Terre di saldatura e fusione
Analisi petrografiche e mineralogiche confermano una netta distinzione tra:
- terre di saldatura: compatibili con le argille presso la foce del fiume Anapo (Siracusa);
- terre di fusione: ricche di granitoidi, in forte corrispondenza con il delta del Crati (Calabria).
Questo quadro suggerisce un processo produttivo complesso:
🔹 fusione in una officina di Sibari;
🔹 saldatura e collocazione finale a Siracusa.
Il dato si inserisce nella possibile paternità dello scultore Pitagora da Reggio, attivo alla corte dei Dinomenidi, cui recenti studi collegano anche la realizzazione dell’Auriga di Delfi.
2. Biota marino e patine di corrosione
La ricerca sulle patine di alterazione e sugli organismi marini presenti sulle superfici bronzee fornisce elementi ancor più sorprendenti:
- i segni dei bassi fondali di Riace (circa 8 metri) risalirebbero a pochi mesi prima del ritrovamento del 1972;
- la presenza di serpulidi circalitorali, croste coralligene e patine di solfuro di rame indica una lunga giacitura in ambienti buoi e anaerobi, tipici di profondità tra 70 e 90 metri.
Un contesto incompatibile con Riace, ma perfettamente coerente con i fondali profondi della Sicilia orientale.
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“È il primo lavoro che integra dati nuovi e un’ampia revisione delle evidenze scientifiche già note in un’unica interpretazione coerente”, affermano gli studiosi Anselmo Madeddu e Rosolino Cirrincione.
I risultati saranno presentati al pubblico il 12 dicembre a Siracusa, con la partecipazione di tutti gli studiosi coinvolti.
📘 Fonte scientifica (primaria)
- 📄 Rosolino Cirrincione, Carmelo Cantaro, Stefano Columbu et alii, A Syracusan hypothesis on the origin of the Riace Bronzes: new investigations and a historical-scientific revision of literature data through an interdisciplinary geological-archaeological approach
- 🏛️ Università di Catania, Ferrara, Cagliari, Bari, Pavia e Reggio Calabria
- 📚 Italian Journal of Geosciences (peer reviewed), volume 145 (2026) f.1
- 🔗 https://doi.org/10.3301/IJG.2026.05
Il nostro articolo è una sintesi divulgativa dello studio scientifico citato.
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