APPROFONDIMENTI / Cantare la “Lingua ignota” di Ildegarda di Bingen

Il saggista e compositore Daniele Trucco ha scritto “Lingua ignota”, una composizione il cui testo si rifà alla lingua artificiale inventata dalla celebre badessa Ildegarda di Bingen (1098-1179), una delle figure intellettuali più poliedriche e affascinanti del Medioevo. Pubblichiamo in questa sede la presentazione dell’iniziativa, così come illustrata dal suo autore.

di Daniele Trucco (saggista e compositore piemontese)

Ildegarda da Bingen (1098-1179) fu monaca, mistica, teologa, musicista e scrittrice tedesca, badessa del monastero di Rupertsberg. Fu senz’altro una figura unica nel panorama storico del tempo: il suo contatto con papi e imperatori, i suoi lunghi viaggi e le sue pubbliche prediche e guarigioni hanno giocato un ruolo determinante e non scontato se la si confronta con l’immagine tradizionale della donna medievale.

A quattro anni dalla nomina a badessa del monastero di Disibodenberg, in Renania, inizia la stesura della sua prima opera teologica: Scivias. Proprio da questo testo si può estrapolare, dalle stesse parole di Ildegarda, come la volontà di manifestare al mondo le sue visioni e il senso delle Scritture rivelatole da Dio fosse in realtà tarpato dalla sua scarsa conoscenza della grammatica latina e dunque del veicolo corretto per renderle pubbliche. Addirittura, in una lettera scritta a Bernardo da Chiaravalle nel 1148, sostiene di saper leggere il Salterio e i Vangeli soltanto in maniera semplice e senza la corretta conoscenza delle singole parole. Lo scoglio sarà superato grazie all’aiuto del monaco Wolmar, redattore ufficiale delle visioni della monaca e di quelle parole che sgorgano da lei come un traboccare d’acqua da un recipiente troppo colmo: come altre prima e dopo di lei, la sua voce fisica non è altro che un tramite di congiunzione da un mondo a un altro.

Ildegarda di Bingen riceve una visione e la descrive al suo segretario (dal manoscritto Scivias) Immagine: Wikimedia Commons

Da quel momento le opere si succederanno senza soluzione di continuità abbracciando oltretutto vari rami del sapere e non tralasciando l’ambito musicale con la stesura dei 77 componimenti della Symphonia armonie celestium revelationum e il dramma musicato Ordo virtutum.

La cosa che colpisce particolarmente è però l’ideazione di una lingua artificiale, probabilmente per scopi mistici, della quale esistono due glossari conservati in due differenti manoscritti: il Wiesbaden, Hessische Landesbibliothek, Cod. 2 e il Berlin, Preussische Staatsbibliothek, Cod. Lat. 4° 674. Tale lingua consta di 1011 vocaboli con a fianco una traslitterazione latina o tedesca ma non presenta una grammatica: ciò fa pensare che fosse stata concepita come lingua universale basata su norme già consolidate nella sua mente.

Con quella che è conosciuta come Lingua ignota Ildegarda diventa artigiano del nome dunque, novella nomoteta in grado di farsi garante dei significati: manipolando la giustapposizione dei suoni alla stregua di un compositore di melodie ottiene sequenze fino ad allora (almeno rimanendo alle fonti pervenuteci) non tentate.

La gerarchia degli angeli, sesta visione del manoscritto Scivias (Codice di Wiesbaden, facsimile del 1927)
La gerarchia degli angeli, sesta visione del manoscritto Scivias (Codice di Wiesbaden, facsimile del 1927) Immagine: Wikimedia Commons

Ildegarda sembra portarci alla dimostrazione pratica della nota tesi platonica sostenuta nel Cratilo per bocca di Ermogene: non esiste un rapporto oggettivo fra il nome e quello che è nominato poiché il padrone indiscusso del linguaggio è l’uomo e non la natura. Una volta scelto un nome è necessario che questo si carichi dell’idea impressa dal suo significante e non viceversa; è mancato a Ildegarda la possibilità di vedere attuata quest’ultima fase rimanendo la sua lingua, appunto, ignota.

Non c’è nulla di sacro nel linguaggio coniato da Ildegarda: quando nel 1903 il matematico cuneese Giuseppe Peano decise di creare il latino sine flexione, il suo scopo fu quello di universalizzare la scrittura e l’esposizione delle dottrine scientifiche, cosa credo molto affine all’intuizione della santa di Bingen. L’idea che la cristianità potesse avvalersi di un unico linguaggio deve averla stuzzicata a tal punto da farle probabilmente compilare il glossario.

Glossario che purtroppo è rimasto tale, mancando come si è detto tutto l’apparato grammaticale atto alla costruzione del periodare. Pertanto, al contrario soprattutto delle lingue antiche, è rimasta una lingua nominale e non verbale; non vi può succedere nulla con la sua applicazione poiché statica e non fattiva.

Veduta parziale del folio 466 retro del Codice di Wiesbaden (Riesencodex) con le parole del canto «O vis eternitatis» della Symphonia armonie celestium revelationum.
Veduta parziale del folio 466 retro del Codice di Wiesbaden (Riesencodex) con le parole del canto «O vis eternitatis» della Symphonia armonie celestium revelationum. Immagine: Wikimedia Commons

Con la Lingua ignota ‘non’ si può dire molto e ‘non’ si può soprattutto spaziare negli ambiti del sapere. Viene alla mente la nota conclusione del Tractatus logicus philosophicus di Wittgenstein: “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Dunque si taccia di tutto ciò che esuli il linguaggio della scienza, così verificabile (o falsificabile): Ildegarda parla con un vocabolario ristretto, il resto è assenza. La mistica nel suo complesso è in-esprimibile e in-dicibile e dunque non richiede parole né grammatica: il conatus che spinge il medium a trovare comprensibilità è insanabile e conduce esclusivamente a balbettii e singhiozzi. Lo capirono gli antichi con le loro formule incantatorie esclusivamente vocaliche: è un controsenso evidente la conoscenza di verità ineffabili e le parole non servono alla trascendenza. Tuttalpiù si dovrebbe ricorrere a una nuova semantica o, come per Ildegarda, al conio.

Le 23 litterae ignotae di Ildegarda. Immagine: Wikimedia Commons
Le 23 litterae ignotae di Ildegarda. Immagine: Wikimedia Commons

Mi piace pensare che lo scopo della Lingua ignota potesse essere anche di carattere musicale, una lingua da utilizzarsi nel canto a cui sarebbero a suo tempo state affiancate nuove regole compositive con le giuste melodie.

Mancando questa ‘musica ignota’ ho deciso di porvi mano: la mia operazione è consistita nello scrivere un testo prendendo le parole inventate da Ildegarda e costruendo un percorso di significati:

Aignonz inimois, maiz scirizin, malkuirz zainz: rubianz suinz.

Agiziniz iunchkal, oneziz tirix, burizindiz ausiz: rischol iuriz.

Ruzia chorischia, spirlizim ranchil, staurinz, staurinz, staurinz!

Qui le stesse parole tradotte in latino dalla mistica:

Deus homo, mater filius, senex puer: sanguis sudor.

Magister discipulus, ianua limen, ignis cicuta: rex iudex.

Rosa lilium, falx aratrum, lapis, lapis, lapis!

Ora la traduzione italiana del testo:

Un dio (e) un uomo, una madre (e) un figlio, un vecchio (e) un bambino: sangue (e) sudore.

Un maestro (e) un allievo, una porta (e) un confine, fuoco (e) cicuta: re (e) giudice.

Una rosa (e) un giglio, falce (e) aratro, pietra, pietra, pietra!

Se il testo da me cantato fa capo alle parole coniate da Ildegarda, la musica (sia nell’andamento melodico sia nelle strutture armoniche) è creazione originale. La linea vocalica si dipana seguendo una sequenza casuale di tutte le triadi maggiori e tutte quelle minori costruite sulla scala cromatica così da abbracciare la totalità delle sfumature utilizzabili dal nostro sistema tonale.

La Lingua ignota si può ascoltare su Spotify o su YouTube. Qui il brano ripreso durante le sessioni di registrazione a Villa Temi: 

Daniele Trucco
saggista e compositore

danieletrucco.blogspot.com

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