© TESTI, FOTO, VIDEO E MATERIALI PROTETTI DA COPYRIGHT – RIPRODUZIONE RISERVATA / ALL RIGHTS RESERVED. Riproduzione vietata senza citare la fonte.

La scoperta di impronte digitali appartenenti a bambini di età compresa tra gli 8 e i 10 anni su ceramiche trovate negli anni Trenta in Siria e risalenti a 4.500 anni fa rivela una toccante testimonianza del ricorso al lavoro infantile nella produzione industriale antica. Secondo i ricercatori, forse la più antica “prova archeologica” del fenomeno individuata nella storia.


Foto: ©Georges Mouamar

Articolo ©Elena Percivaldi / ©Storie & Archeostorie – Riproduzione vietata senza citare la fonte. Foto ©Georges Mouamar / Museo Nazionale Danese. ©Riproduzione riservata

Le impronte digitali, si sa, dicono molto di noi perché sono uniche e immutabili: ciascun individuo ne ha di proprie e non cambiano mai attraverso il tempo. Per questo la loro analisi trova largo impiego a livello forense nelle procedure di identificazione di persone decedute o scomparse, così come sono possono fornire un valido ausilio per scovare i criminali. In archeologia, però, il loro utilizzo è molto meno frequente, soprattutto perché trovarle e rilevarle è estremamente più raro e difficile. Per questo si annuncia di grande importanza la scoperta di impronte digitali su un gran numero di ceramiche trovate negli anni Trenta in Siria e risalenti a 4.500 anni fa. Né si tratta di impronte qualsiasi. Circa un terzo appartengono infatti a bambini di età compresa tra gli 8 e i 10 anni, rivelando così una toccante testimonianza del ricorso al lavoro infantile nella produzione industriale antica. Forse la più antica “prova archeologica” del fenomeno individuata nella storia.

A realizzare la scoperta un team internazionale di ricerca a cui hanno partecipato studiosi provenienti dalle Università statunitensi di Chicago e dell’Arizona, dell’American Research Institute in Turkey, del CNRS francese e del Museo Nazionale Danese. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Anthropological Archaeology .

Foto: ©Museo Nazionale Danese

Impronte “congelate” nel tempo

Le impronte digitali, si legge nello studio, sono state trovate su ceramiche proveniente da un imponente scavo effettuato negli anni Trenta del secolo scorso dagli archeologi danesi in un’area residenziale nella città siriana di Hama, scavo che ora è oggetto di un nuovo progetto di ricerca internazionale sostenuto dalla Free Research Foundation danese.

Utilizzando tecnologie ben note in criminologia ma ancora relativamente poco applicate in ambito archeologico, i ricercatori hanno potuto rilevare le impronte digitali impresse sulla ceramica durante la fase di produzione, quando venivano modellate a mano. Solo alcune impronte sono complete, raccontano gli studiosi; tutte le altre sono parziali, ma allo stesso modo utili per determinare sesso ed età dei loro proprietari. Ne risulta che molti dei contenitori sono stati modellati da bambini (e forse anche bambine) di età compresa tra gli 8 e i 10 anni, massimo 15: un dato giudicato “sorprendente” perché in altre regioni le impronte digitali lasciate durante la produzione ceramica appartengono ad adolescenti di età compresa tra 12-14 anni, in qualche caso giovani adulti di 25 anni.

Impronte digitali di bambini sono conservate anche sui (molto più recenti) laterizi romani, a riprova di quanto il ricorso al lavoro infantile fosse comune in antico (e non solo).

Il ricorso alla forza lavoro giovanile, si legge nella ricerca, conobbe probabilmente notevole impulso dall’estesa urbanizzazione dell’area di Hama, che ha portato alla creazione di nuove strutture sociali e al conseguente aumento del fabbisogno di oggetti in ceramica; ma è anche possibile che i ceramisti “adulti” fossero impiegati in quel momento su un fronte diverso, ad esempio in guerra. La carenza di manodopera – afferma Stephen Lumsden, uno degli autori dello studio – faceva quindi rientrare nel processo di produzione anche soggetti molto giovani, provenienti da famiglie povere o di stato schiavile. Il fenomeno, secondo Lumsden, doveva essere piuttosto ampio perché la produzione di ceramiche riforniva l’intera regione.

Che i bambini abbiano aiutato le famiglie a svolgere lavori diversi, in casa e nei campi, è cosa conosciuta sin dalla notte dei tempi, nota lo studioso danese, ma questa scoperta costituisce è probabilmente “la prima prova archeologica che i bambini abbiano effettivamente ricoperto un ruolo indipendente e significativo nel settore industriale dell’epoca”.

Foto: ©Museo Nazionale Danese

Nel complesso, i resti archeologici riferiti alla popolazione infantile rappresentano una scoperta molto rara, fatta eccezione per le sepolture. “Trovare ‘traccia archeologica’ dei bambini – sostiene Lumsden – è un evento abbastanza raro, fatta eccezione per le sepolture. Aver riportato alla luce una così grande quantità di testimonianze è quindi un fatto insolito e sensazionale, tanto più che ci consente di dimostrare come essi abbiano svolto un’importante funzione economica e sociale”.

I bambini hanno “modellato” i loro giochi?

Dei materiali provenienti dallo scavo di Hama fanno parte anche una serie di recipienti e statue in miniatura che gli archeologi hanno tradizionalmente interpretato come utensili e oggetti di culto da utilizzare nel vicino tempio. Ma ora la prospettiva è decisamente cambiata. Le impronte digitali rivelano che questi oggetti sono stati modellati da bambini molto piccoli, dell’età massima di 7-8 anni, il che ha suggerito agli studiosi di interpretarli, piuttosto, come giocattoli.

“Crediamo che i bambini abbiano prodotto i propri giochi per divertimento, il che visto con gli occhi di oggi  rende il ritrovamento ancor più interessante”, afferma Lumsden, aggiungendo che la produzione di questi oggetti potrebbe per la verità aver avuto anche risvolti funzionali: consentiva ai bambini di prendere dimestichezza con il “mestiere” prima di passare alla produzione vera e propria di oggetti in serie. I ricercatori non escludono che l’intervento dei bambini abbia potuto condizionare anche il processo stesso di produzione e l’ideazione di nuovi tipi di oggetti: un’ipotesi di per sé non inedita, ma che potrebbe trarre da questa scoperta nuova linfa e interessanti prospettive di sviluppo. “In ogni caso – conclude Lumsden – il ritrovamento conferma come anche in passato il potenziale dei bambini sia sempre stato considerato rilevante ma ci induce a riflettere sul ruolo del lavoro infantile come fenomeno presente non solo nella Siria di 4.500 anni, ma anche durante la rivoluzione industriale nel XIX secolo e persino ai giorni nostri, visto che ancora oggi i bambini sono usati come manodopera in diversi Paesi del mondo”.

Articolo ©Elena Percivaldi / ©Storie & Archeostorie – Riproduzione vietata senza citare la fonte. Foto ©Georges Mouamar / Museo Nazionale Danese. ©Riproduzione riservata

Per saperne di più:

©RIPRODUZIONE RISERVATA

© TESTI, FOTO, VIDEO E MATERIALI PROTETTI DA COPYRIGHT – RIPRODUZIONE RISERVATA / ALL RIGHTS RESERVED. Riproduzione vietata senza citare la fonte.

L’autore dell’articolo

Ultima modifica:


Scopri di più da Storie & Archeostorie

Iscriviti alla Newsletter per ricevere gli ultimi articoli nella tua e-mail.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


LEGGI ANCHE

error: Content is protected !!