La riqualificazione di Piazza San Giustino ha consentito alla Soprintendenza di riportare alla luce preziosi reperti che documentano 2500 anni di storia, dal V-IV secolo a.C. all’età contemporanea.

Una domus romana con lacerti di mosaici, cisterne e soprattutto la tomba di una donna italica, soprannominata “Marouca”, con un eccezionale corredo sono stati riportati alla luce a Chieti durante i lavori di riqualificazione della centralissima Piazza San Giustino. Ritrovamenti archeologici di grande importanza per la storia della città, che sono stati presentati al pubblico nei giorni scorsi in occasione dell’inaugurazione della piazza, restituita finalmente alla cittadinanza nella sua piena funzionalità.

Che Piazza San Giustino fosse un luogo cruciale per Chieti lo si sapeva già da tempo: non per nulla vi sorgono il Tribunale, i palazzi Mezzanotte, Sirolli e Valignani, sede storica del comune, e soprattutto la cattedrale di San Giustino, che la tradizione vuole fondata su un antico tempio di Ercole e il cui esterno è stato oggetto di ricostruzione in stile medievale da parte dell’architetto Guido Cirilli negli anni Trenta del Novecento.

Gli scavi, curati dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara e di cui avevamo parlato in occasione del ritrovamento di una tomba femminile con gioielli e corredo di vasellame e ceramiche d’importazione, hanno permesso di individuare ben quattro fasi storiche e un gran numero di reperti.
Tra questi spicca una “testina di Venere” del I secolo d.C. riemersa nel 2020 in un’intercapedine riempita con materiale di spoglio. Una scultura finissima, che ritrae la dea con i capelli ondulati e trattenuti da una fascia (tenia) sul capo in un modo che ricorda da vicino l’acconciatura dell’Afrodite accovacciata di Doidalsas, un originale greco in bronzo di metà III secolo a.C., e che testimonia la “moda” di riprodurre le sculture ellenistiche in voga anche in epoca giulio-claudia, quando Teate (com’era chiamata allora Chieti, viveva il suo periodo di massima floridezza.

La documentazione storica e i saggi preliminari eseguiti nel 2018 facevano in effetti presagire la presenza di strutture più antiche, tutte ancora da indagare. Così come si sapeva, ad esempio, che sotto le fondazioni del Palazzo Regio erano presenti delle cisterne, una delle quali risalente al 1880. Ma quello che la piazza “nascondeva” ha stupito gli archeologi, che hanno potuto documentare strutture e manufatti prodotti in 2.500 anni di storia, dall’età tardo-arcaica (V-IV secolo a. C.) fino ai giorni nostri.
La tomba della ricca Marouca
Oltre ad un grande numero di dati scientifici utili per la ricostruzione della storia della città, gli ultimi scavi hanno riportato alla luce due tombe relative al periodo italico, tra cui una sepoltura femminile (tomba 2), soprannominata “Marouca”, con un eccezionale corredo di vasellame di importazione daunia, ornamenti in bronzo (fibule e spilloni) e vaghi in pasta vitrea. La donna era inoltre stata sepolta con un calderone in bronzo e spiedi in ferro, a testimoniare la sua elevatissima posizione sociale.

La tomba, rende noto la Soprintendenza, è stata totalmente asportata tramite stacco in blocco; lo scavo microstratigrafico è proseguito in laboratorio e i materiali sono stati restaurati con il contributo del Comune di Chieti.



Domus romana con mosaici
Non lontano dalle sepolture, lo scavo ha rivelato i resti di una domus di età romana: gli ambienti conservano lacerti di mosaici pavimentali purtroppo in gran parte compromessi, uno con fondo uniforme a tessere bianche e uno a tessere bianche e nere. Due cisterne sono state rinvenute prossime alla domus, l’una appartenente alla residenza e l’altra pertinente ad un’altra abitazione di cui però non si sono conservate le strutture murarie: era stata infatti demolita per realizzare un grande serbatoio idrico a quattro sale, in laterizio rivestito di malta idraulica, che gli archeologi hanno trovato privo della copertura e riempito di terra già in età tardoantica o altomedievale.
Nell’alto Medioevo l’area cambia di nuovo funzione. In direzione dell’attuale Palazzo di Giustizia, sorge un complesso produttivo per fabbricazione di ceramica e per la cottura di marmi e pietre per ricavarne calce, nel quale è stata rinvenuta la citata testina di Venere, esposta durante l’inaugurazione. “È probabile – ipotizza la Soprintendenza – che tali produzioni fossero direttamente connesse con il grande cantiere della cattedrale di età carolingia”.
Nei secoli centrali del Medioevo su gran parte della piazza, compresa l’area della domus, vengono realizzate una serie di fosse granarie circolari, destinate allo stoccaggio di derrate alimentari. Infine, il livellamento e lo sbancamento in età moderna, quando l’assetto dell’area viene profondamente stravolto per realizzare le linee idriche e fognarie e le già citate cisterne.

Una storia tutta da valorizzare
Terminati i lavori di scavo, le strutture degli edifici sono state reinterrate: la musealizzazione in situ, spiega la Soprintendenza, “avrebbe richiesto continui interventi di manutenzione economicamente non sostenibili”. Per ammirare i reperti si dovrà attendere ancora un po’ di tempo, fino a quando sarà allestito il nuovo centro di documentazione, da realizzare – promette sempre la Soprintendenza – “secondo le più moderne tecnologie, nei locali a piano terra del Palazzo Valignani, il cosiddetto Palazzo d’Achille“. Intanto però la piazza può già raccontare la sua lunga e affascinante storia grazie ai pannelli illustrativi installati sul posto.
Fonte: SABAP Chieti e Pescara
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