Dal 17 luglio al 2 novembre 2025, le acque del Lago di Bolsena tornano custodi di memorie antichissime con la mostra “La memoria dell’acqua. Nuove scoperte archeologiche dal Gran Carro di Bolsena”, allestita in due luoghi simbolici: il Museo territoriale del Lago di Bolsena, nello storico Palazzo Monaldeschi della Cervara, e la riaperta Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo sull’Isola Bisentina.
Curata e promossa dal Ministero della Cultura, dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per Viterbo e l’Etruria Meridionale, con la Fondazione Luigi Rovati e Isola Bisentina, la mostra presenta una selezione di reperti sommersi riportati alla luce grazie alle ricerche del Servizio di Archeologia Subacquea.
Il Gran Carro: un sito protostorico unico, sommerso e intatto
Il protagonista dell’esposizione è l’antico insediamento del Gran Carro, scoperto nel 1959 e oggi sommerso a circa 100 metri dalla riva del lago. Frequentato tra la media Età del Bronzo (XVI secolo a.C.) e la prima Età del Ferro (fine X – inizio IX secolo a.C.), il sito conserva centinaia di pali di fondazione e un’area sacra detta “Aiola“, costruita attorno a sorgenti calde. L’acqua ha custodito intatti oggetti di uso quotidiano e rituale, restituendo un’immagine vivida della vita e della spiritualità delle comunità pre-etrusche.
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Bolsena: un nuovo volto per il Museo e una finestra sul Villanoviano
Nel Palazzo Monaldeschi della Cervara, sede del SiMuLaBo – il Sistema Museale del Lago di Bolsena – , la mostra espone i materiali più significativi degli scavi recenti, inquadrabili nella Cultura Villanoviana, precursore diretto delle grandi città etrusche. Tra i reperti più emozionanti, tre vasetti con beccuccio interpretabili come poppatoi e un sonaglio ancora funzionante, riempito di sassolini, che serviva a intrattenere i bambini in fase di allattamento. Un vasetto miniaturistico che forse poteva contenere un unguento o un profumo, con una singolare decorazione incisa avvicinabile ad una sorta di scrittura proto-Etrusca, un inedito fino ad oggi non attestato. E una eccezionale figurina fittile antropomorfa appena abbozzata proveniente dall’area dell’abitato, chiara rappresentazione simbolica legata a pratiche rituali: a suggerirlo l’iconografia ben nota della dea madre, finora nota soltanto in contesti funerari. Dall’Aiola provengono invece alcuni grandi vasi biconici contenenti offerte di cibo, semi e ossa animali combuste: rimandano ad un culto evidentemente collocato all’aperto e indirizzato alla venerazione di divinità femminili ctonie.
Sull’isola Bisentina, archeologia e arte contemporanea dialogano
La seconda sede espositiva, ospitata nella Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, riaperta nel 2024 dopo un attento restauro voluto dalla famiglia Rovati, si sviluppa in quattro sezioni tematiche: il mondo femminile, il sacro, la vita quotidiana e il viaggio.

Nel dettaglio, la sezione sul mondo femminile include oggetti probabilmente utilizzati in prevalenza dalle donne, dagli spilloni alle fibule, con la funzione di ornamento o per fissare le vesti. Il sacro raccoglie reperti decorati con motivi graffiti, ma soprattutto con schematiche figure di uccelli, riconducibili al culto della divinità solare. La vita quotidiana offre uno spaccato del vissuto domestico attraverso oggetti legati al consumo e alla conservazione di cibo e bevande: anfore e anforette, ma anche olle, pissidi e boccali, talvolta arricchite da decorazioni plastiche. Infine il viaggio esplora la dimensione degli scambi e dei contatti: si segnalano un frammento di ceramica d’importazione di tipo protogeometrico, estremamente raro nel mondo medio-tirrenico, e un vaso-modellino a forma di imbarcazione.

Tutti i reperti testimoniano la ricchezza simbolica e materiale della civiltà protostorica lacustre e il ruolo del lago quale polo di interazione tra culture diverse.
L’arte contemporanea interpreta il passato sommerso
Accanto agli oggetti archeologici, la mostra ospita anche installazioni site-specific di tre artisti contemporanei: Alex Cecchetti con opere su carta che evocano paesaggi subacquei immaginari, Lisa Dalfino con fragili vetri ispirati agli ex voto rituali e Namsal Siedlecki con le sue sculture alchemiche tra mito, propiziazione e trasformazione.

La chiesa farnesiana e il ritorno della memoria
La mostra rappresenta anche l’occasione per riscoprire la Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, nata da un progetto rinascimentale voluto dai Farnese. Costruita tra il 1588 e il 1603, oggi torna a essere spazio culturale grazie al restauro conservativo e alla sua valorizzazione come luogo d’arte, storia e paesaggio.
Il video del restauro della chiesa (da IsolaBisentina.org)
Queste opere offrono una riflessione poetica sul legame tra acqua, memoria e spiritualità, restituendo al visitatore un percorso immersivo e sensoriale nel passato e nel presente.
Per informazioni: www.isolabisentina.org

