Un tempo il mare arrivava più vicino, e le barche solcavano acque oggi silenziose. È qui, nello specchio d’acqua della Riserva Naturale Statale – Oasi WWF Le Cesine, nel territorio di Vernole (Lecce), che le ultime ricerche dell’Università del Salento hanno riportato alla luce nuove importanti testimonianze di età romana.
La campagna di scavo 2025, diretta dalla professoressa Rita Auriemma del Dipartimento di Beni Culturali di UniSalento, ha permesso di identificare le strutture di un vasto insediamento costiero: un molo portuale di epoca augustea, una possibile torre faro, una serie di vasche produttive e un edificio ancora in corso di interpretazione. Il complesso, tra i più significativi della costa adriatica salentina, testimonia l’esistenza di un centro manifatturiero e marittimo in attività tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C.

Una vasca “misteriosa” e un insediamento tutto da decifrare
A circa cento metri nell’entroterra rispetto al grande molo sommerso, gli archeologi hanno scoperto ambienti di un edificio non ancora identificato, con una vasca quadrata di due metri per lato, rivestita di intonaco impermeabile e decorata con un mosaico di tessere in terracotta (opus figlinum). Secondo gli studiosi, potrebbe trattarsi di una fossa di decantazione per la lavorazione del vino o dell’olio, più che di un impianto per la salagione del pesce, come si era ipotizzato in passato.
L’area, nota come “Conche del sale”, presenta infatti anche escavazioni e canalette relative a una salina antica, segno di una produzione integrata e complessa, dove il mare, la terra e il lavoro umano dialogavano in equilibrio.

Il porto di età augustea: un molo a “L” come a Corinto
Le operazioni subacquee hanno confermato l’esistenza di una poderosa fondazione di molo a “L”, lunga oltre 80 metri, con una grande testata rettangolare di 24 x 33 metri. La tecnica costruttiva, con filari di grandi blocchi di pietra sovrapposti e riempimento interno in pietrame, rivela un ingegnoso progetto di ingegneria marittima volto a ottenere, in un tratto di costa sabbiosa, la profondità necessaria per l’attracco delle navi.
L’impianto mostra analoghe soluzioni tecniche a quelle dei moli di protezione del porto di Lechaion a Corinto, e la presenza di un bacino interno poi impaludato sembra confermata sia dalle ricostruzioni geomorfologiche sia dalle mappe aragonesi e cartografia storica. Tutti questi dati fanno delle Cesine un unicum nel panorama dei porti romani dell’Adriatico meridionale, evidenziandone il ruolo strategico per il commercio e la produzione.
La “chiesa sommersa” e la possibile torre faro
Un altro punto di grande interesse è la cosiddetta “Chiesa sommersa”, una struttura affiorante lungo la costa. Le analisi al radiocarbonio hanno datato la sua costruzione alla prima età imperiale, suggerendo che si tratti non di un edificio sacro, ma piuttosto di una torre faro o segnaletica portuale, collegata al complesso del molo. Un’ipotesi affascinante che, se confermata, potrebbe arricchire la mappa dei fari antichi del Mediterraneo romano.

Archeologia, tutela e paesaggio: il “bene nostro”
Le ricerche, svolte in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Brindisi, Lecce e Taranto, la Guardia Costiera, il Comune di Vernole e il WWF, hanno confermato l’efficacia di un modello di cooperazione tra università, enti pubblici e comunità locali.
Fondamentale anche il contributo del Polo biblio-museale di Lecce, del I Nucleo Operativo Subacqueo della Guardia Costiera di San Benedetto del Tronto e di numerose realtà private del territorio.
Come afferma la professoressa Rita Auriemma, «la ricerca archeologica nelle Cesine vuole essere occasione di rigenerazione e valorizzazione dei paesaggi costieri. Questi luoghi, apparentemente marginali, sono in realtà palinsesti viventi di memoria, dove l’archeologia dell’ambiente diventa cura del territorio e responsabilità condivisa».


