Le due tavole attribuite a Pietro Perugino, recentemente entrate nella collezione di Fondazione Perugia, stanno catalizzando l’attenzione di studiosi e appassionati. Non si tratta soltanto di una nuova acquisizione museale, ma di un tassello capace di illuminare uno dei periodi più complessi e meno documentati della carriera del Maestro: la sua stagione veneziana tra il 1494 e il 1495.

Durante un incontro pubblico alla Sala delle Colonne e nel percorso espositivo di Palazzo Baldeschi, storici dell’arte e specialisti di diagnostica hanno presentato i risultati delle ricerche più aggiornate sul dittico con Cristo coronato di spine e la Vergine, un piccolo altarolo domestico realizzato a olio su tavola, caratterizzato da un sorprendente rivestimento in cuoio decorato in oro.
Un’acquisizione che rafforza la tutela del patrimonio umbro
L’ingresso delle due opere si inserisce in una politica culturale che da anni vede Fondazione Perugia impegnata nella valorizzazione del patrimonio regionale. Dopo l’acquisto della Madonna con Bambino e due cherubini (1987) e del San Girolamo penitente (2017), il nuovo dittico consolida un percorso ormai riconoscibile, volto a costruire un nucleo significativo di opere legate all’identità artistica dell’Umbria.

Le due tavole, rimaste per decenni in collezioni private tra Regno Unito e Svizzera, tornano ora pienamente fruibili, dopo essere state viste solo sporadicamente in occasioni espositive tra 2011, 2014 e 2023.
Le prove del “periodo veneziano”: influenze e confronti
L’ombra lunga di Alvise Vivarini
Uno degli elementi più discussi dagli studiosi riguarda la presenza di influssi veneziani, in particolare legati al linguaggio di Alvise Vivarini. Le affinità emergono nelle soluzioni luministiche, nell’uso di velature sottili e nel modellato morbido dei volti: tratti che si collocano perfettamente negli anni in cui Perugino lavorò alla Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale.
Questi riscontri, uniti alla coerenza tecnica delle tavole, consolidano l’ipotesi di una datazione al biennio veneziano, un periodo finora poco documentato ma cruciale per comprendere l’evoluzione del pittore.
Cosa rivelano le analisi diagnostiche
Un ruolo decisivo lo hanno avuto le indagini scientifiche promosse dalla Fondazione. Le analisi hanno individuato velature sottili realizzate con estrema perizia, una craquelure compatibile con la tecnica a olio del tardo Quattrocento, pigmenti quali vermiglione, biacca, terre naturali e composti a base di rame. E poi, un disegno preparatorio visibile grazie alle riflettografie, restauri antichi e un tassello di riparazione sulla tavola della Vergine. Infine, tracce di xilofagia stabilizzata.

Il particolare rivestimento in cuoio marrone con decori dorati — raro per opere di queste dimensioni — ha contribuito alla conservazione dei pannelli, sottili appena 7 mm.
Un tassello fondamentale del percorso espositivo
Il ritorno del dittico a Perugia arricchisce in modo significativo la narrazione espositiva di Palazzo Baldeschi, permettendo di delineare con maggiore precisione l’ampiezza e la complessità della produzione del Perugino. Le due tavole, piccole nelle dimensioni ma preziose dal punto di vista storico e stilistico, diventano un nuovo punto di riferimento per gli studiosi del Rinascimento umbro.





