Nel mondo romano governare significava (anche) apparire. L’autorità non si fondava soltanto sull’esercito o sulle leggi, ma su un complesso sistema di immagini, simboli e oggetti capaci di rendere il potere riconoscibile, legittimo e duraturo. È da questa consapevolezza che prende forma la mostra Icone di potere e bellezza, ospitata dall’11 dicembre 2025 al 9 aprile PROROGATA AL 14 GIUGNO 2026 al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

L’esposizione propone un percorso denso e raffinato, dedicato all’uso dell’immagine come strumento politico e culturale nell’Impero romano tra la fine del II e il III secolo d.C., una fase segnata da crisi, trasformazioni e da una profonda ridefinizione dell’autorità.
Capolavori romani e collezioni medicee in dialogo
Curata da Daniele Federico Maras e Barbara Arbeid, la mostra riunisce 20 reperti di eccezionale valore simbolico. Il fulcro dell’allestimento è costituito da quattro teste in bronzo dorato a grandezza naturale: tre ritratti imperiali provenienti dal Museo di Santa Giulia di Brescia e una testa di Venere appartenente alle antiche collezioni granducali medicee, recentemente restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure.

Photo: © Ministero della Cultura, Opificio delle Pietre Dure, Archivio fotografico e dei restauri.
Attorno a questi capolavori troviamo monete, medaglioni, gemme incise, anelli e collane d’oro, oggetti che circolavano tanto negli spazi pubblici quanto nella sfera privata, ma che contribuivano in egual misura alla costruzione dell’immagine del potere.

Photo: Samuele Nencini, Emilio Trambusti (© Ministero della Cultura, Museo Archeologico Nazionale di Firenze)
Il ritratto imperiale come linguaggio politico
Settimio Severo e l’illusione della stabilità
Il percorso espositivo si concentra su un momento storico cruciale, quando la crisi delle successioni impose una nuova strategia comunicativa. Con Settimio Severo, l’immagine dell’imperatore si fa autorevole, matura, filosofica, capace di trasmettere sicurezza e continuità. Barba, acconciatura e fisionomia diventano elementi codificati, immediatamente riconoscibili.

Gli imperatori illirici e la forza senza ornamenti
Nella seconda metà del III secolo, con figure come Probo e Claudio II il Gotico, l’iconografia cambia registro. Il potere si esprime attraverso una bellezza virile essenziale, priva di orpelli: sguardi severi, tratti marcati, un’estetica che richiama disciplina militare e fermezza morale.
Donne, divinità e simboli dell’autorità
Anche le donne partecipano attivamente alla rappresentazione del potere. Emblematica è la figura di Iulia Domna, moglie di Settimio Severo, protagonista della scena politica imperiale. I suoi ritratti monetali mostrano come l’acconciatura e l’eleganza formale diventino strumenti di autorevolezza, capaci di influenzare la moda e l’immaginario per generazioni.

Photo: Samuele Nencini, Emilio Trambusti (© Ministero della Cultura, Museo Archeologico Nazionale di Firenze).
Accanto ai ritratti umani, la mostra presenta simboli della protezione divina e della maiestas imperiale, come la spettacolare testa d’aquila legata a Giove, emblema della sovranità e del favore degli dèi.

Photo: Samuele Nencini, Emilio Trambusti (© Ministero della Cultura, Museo Archeologico Nazionale di Firenze).
Un progetto condiviso tra Firenze e Brescia
Icone di potere e bellezza si inserisce nel più ampio progetto Idoli di bronzo, frutto della collaborazione tra il Museo Archeologico Nazionale di Firenze e Fondazione Brescia Musei, sotto l’egida della Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura. Il dialogo con la mostra “gemella” Victoria Mater. L’idolo e l’icona, allestita a Brescia, rafforza una visione del museo come un luogo vivo, capace di creare connessioni e nuove narrazioni.
Catalogo Allemandi Editore.
ℹ️ INFORMAZIONI UTILI
✅ Icone di potere e bellezza
📍 Firenze, Museo Archeologico Nazionale
📅 11 dicembre 2025 –14 giugno 2026
🌐 Info: maf.cultura.gov.it
Immagine in apertura: Testa virile in bronzo dorato. Seconda metà del III secolo d.C. Dal Capitolium di Brescia (Brescia, Museo di Santa Giulia, inv. MR 351). © Archivio fotografico Musei di Brescia | FotoStudio Rapuzzi




