Ancora grandi novità dal sito di Castelseprio (Varese),  il castrum tardoantico e medievale patrimonio Unesco come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”. Dopo i ritrovamenti dell’ultima campagna di scavo relativi alla chiesa di San Paolo (di cui abbiamo parlato qui), ora è il turno della chiesetta di Santa Maria foris Portas con i suoi celebri e importantissimi affreschi altomedievali, gioiello del Parco Archeologico e di eccezionale rilevanza per lo studio dell’arte pittorica medievale lombarda (e non solo). In questi giorni sono iniziati i lavori di monitoraggio e manutenzione delle pitture absidali, un programma che sarà eseguito dal restauratore Luigi Parma (Milano) e durerà fino alla prossima primavera.

Particolare degli affreschi dell’abside (© DRMNL – MIC)

Il sito – comunica la Direzione Regionale Musei Lombardia – resterà comunque aperto ai visitatori che potranno assistere ai lavori – programmati in maniera da recare il minor disturbo possibile – durante gli orari di apertura della chiesa. L’intervento consentirà una mappatura completa dello stato di conservazione degli affreschi, una spolveratura e una pulitura a secco, agendo con iniezioni di malta idraulica naturale laddove si rilevassero distacchi dell’intonaco.

L’ultimo importante intervento di restauro sulle pitture, riscoperte nel 1944 dal medievista Gian Piero Bognetti, risale ai primi anni Novanta e fu eseguito dalla nota restauratrice lombarda Pinin Brambilla.

L’attività è sostenuta da Intesa Sanpaolo nell’ambito di Restituzioni, il programma biennale di restauri di opere d’arte appartenenti al patrimonio culturale italiano.

L’abside con il Cristo pantocrator (© DRMNL – MIC)

Una chiesetta fuori dal castrum

Ecco una breve disamina di Santa Maria foris Portas e del suo spettacolare ciclo di affreschi, tratta dal mio libro “Lombardia Medievale” pubblicato dalle Edizioni del Capricorno (maggiori info QUI).

Santa Maria foris Portas vista dall’alto

La chiesetta, che sorge su un piccolo dosso fuori dal centro fortificato, fu scoperta come detto nel 1944 dal Bognetti celata dalla vegetazione e in rovina.

«Lo stupore doloroso di ritrovare la chiesa in quell’abbandono desolato – scrisse lo studioso – doveva precedere di appena pochi istanti il tutto diverso stupore per la vista di quei frammenti di affreschi, così inclassificabili nello schema della pittura lombarda; e un loro rapido esame; e la scoperta, sullo zoccolo, di quei graffiti in caratteri capitali ed onciali, che, fuori da ogni dubbio stilistico, denunciavano un’opera anteriore al Mille».

Orientata est-ovest, Santa Maria ha una pianta a tre absidi, con quella centrale separata dall’aula da un arco trionfale, e un atrio che riprende un modello architettonico di marca orientale. Le indagini archeologiche hanno permesso di conoscerne le varie fasi di costruzione e ristrutturazione: fu edificata come cappella annessa a un probabile ricovero per pellegrini e poi trasformata nel corso dei secoli. Un elemento di datazione importante, che lo assegna al V secolo, è dato dal pavimento originale, recuperato solo in minima parte: era realizzato a esagoni e triangoli in marmo e calcare bianco e nero secondo modelli riscontrati anche altrove (battisteri di San Giovanni ad Fontes a Milano, di Gravedona e di Lomello) tutti anteriori all’invasione longobarda.

Un ciclo fondamentale per la pittura lombarda (e non solo)

Eccezionali sono, come dicevamo, gli affreschi, ispirati ai Vangeli apocrifi e in particolare al Protovangelo di Giacomo, un testo greco della metà del II secolo ricco di episodi dal sapore miracolistico. Le pitture giacevano sotto strati di intonaci dovuti ai tanti rimaneggiamenti successivi e al momento della scoperta risultavano parzialmente danneggiati dai martellamenti del XVI secolo a supporto di nuove decorazioni.

Prova delle acque amare (Wikimedia Commons)

Sono rappresentate scene dell’infanzia di Cristo con episodi tratti dai Vangeli apocrifi anche piuttosto rari. Gli affreschi si snodano in varie scene articolate in due registri. Nel primo, in alto, l’Annunciazione e la Visitazione, la Prova delle acque amare, l’Apparizione dell’Angelo a Giuseppe, il Viaggio a Betlemme erano intervallate da medaglioni: si conserva solo quello, celeberrimo, del Cristo pantocratore.

Natività (Wikimedia Commons)

Nel secondo registro, scandito da finestre, si susseguono nell’ordine la Natività, la Presentazione di Gesù al Tempio e due scene purtroppo perdute (forse la Nascita della Vergine, o la sua Presentazione al Tempio, o ancora la Strage degli Innocenti).

Presentazione di Gesù al Tempio (Wikimedia Commons)

I due registri sono rinchiusi in basso, come in una cornice, da un motivo decorativo a ghirlande e nicchie dipinte a trompe l’oeil solo in parte conservato, in cui compaiono alcuni volatili e il motivo apocalittico del Trono coperto da un drappo su cui poggia il Libro chiuso. Infine, dietro l’arco trionfale che conduce all’abside, due Arcangeli affacciati in volo protendono lo scettro e il globo sormontato dalla croce verso il Trono vuoto che sarà occupato da Cristo nel giorno del Giudizio (Etimasìa). Chiude il ciclo in basso, a sinistra dell’arco, l’Adorazione dei Magi e a destra un’altra scena – forse l’Arrivo in Egitto – in gran parte perduta.

Viaggio a Betlemme (Wikimedia Commons)

A quando risalgono questi affreschi? Il dibattito è tuttora vivace e tre sono le principali ipotesi: l’età tardo antica (VI secolo), quando a seguito della guerra greco-gotica la penisola fu conquistata dai bizantini; l’età longobarda (VII secolo) quando, per contrastare l’eresia ariana che negava la natura divina di Cristo, si ribadirono le miracolose storie legate al suo concepimento; e il IX secolo, nel contesto della contrapposizione tra Chiesa orientale e papato sul culto rivolto alle immagini sacre.

Apparizione dell’Angelo a Giuseppe (Wikimedia Commons)

Chi sostiene quest’ultima ipotesi colloca dunque gli affreschi nel contesto culturale carolingio e per un committente privato di raffinata cultura. Forse il proprietario della tomba monumentale trovata a ridosso del muro ovest e chiusa da un lastrone di pietra con scolpita una croce-spada, simbolo di nobiltà e potere. Il sepolcro, datato al IX secolo e ribattezzato la “tomba del fondatore”, potrebbe essere quello di Giovanni, conte del Seprio legato alla cerchia dell’imperatore Lotario. Se così fosse, la chiesa potrebbe essere stata eretta come mausoleo familiare, prassi forse già inaugurata a Castelseprio nella prima metà del VII secolo dai parenti del ventottenne longobardo Wideramn, la cui lapide sepolcrale (oggi al Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco di Milano) fu ritrovata in circostanze incerte nel 1845 insieme a una coppia di speroni in rame dorato in seguito dispersi.

Etimasìa (Wikimedia Commons)

Ignoto anche l’autore del capolavoro pittorico. Vista l’altissima qualità del lavoro e i rimandi stilistici a opere orientali (come le miniature della cosiddetta “Bibbia di Leone”, del Rotolo di Giosuè e del Salterio di Parigi), il “Maestro di Castelseprio” era forse siriaco: proveniva probabilmente da Costantinopoli ed era un esponente della “Rinascenza macedone”, corrente artistica che tra IX e XI secolo fu artefice del recupero dell’arte classica. Il suo genio pittorico è fuori dal comune: il tratto elegante e snello, gli accenni prospettici, il sapiente uso dei colori, la potenza inventiva, il grande realismo, la capacità quasi vignettistica nel rendere i particolari, la raffinatezza dell’esecuzione sono caratteristiche che rendono il ciclo sepriense un capolavoro assoluto dell’arte di tutti i tempi.

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