Il sigillo, appartenente a un ufficiale della “Grande Armata” impegnata nella campagna di Russia del 1812, è stato scoperto dagli archeologi dell’Istituto di archeologia dell’Accademia russa delle scienze durante gli scavi a Vereya. Il reperto è (finora) unico nel suo genere e apparteneva al tenente Louis von Gadenstedt, catturato l’11 ottobre 1812 durante la presa della cittadella da parte dei russi.

Il sigillo di un ufficiale della “Grande Armata” di Napoleone è stato scoperto dagli archeologi dell’Istituto di archeologia dell’Accademia delle scienze russa durante gli scavi a Vereya, cittadina della Russia europea centrale compresa nell’oblast’ di Mosca e situata 11 km a sudovest della capitale, sul fiume Protva. Si tratta di un ritrovamento unico: nei molti anni di lavoro archeologico sui campi di battaglia interessati dalla campagna di Russia (23 giugno – 14 dicembre 1812), tra i quali Borodino e Tarutino, non è mai stato trovato nulla del genere.
Il sigillo è in ottone e presenta una figura maschile in uniforme militare che regge una spada, accompagnata dall’iscrizione rovesciata “D, L. v G”. Lo studio dei documenti d’archio ha permesso di identificare il proprietario del sigillo: si tratta di un ufficiale del 6° reggimento di linea della Vestfalia, il tenente Louis von Gadenstedt, catturato l’11 ottobre 1812 durante la presa di Vereya da parte di un distaccamento russo comandato dal generale Ivan Semenovich Dorokhov.

“Tra le migliaia di reperti scoperti dagli archeologi, non ce ne sono di poco importanti; a volte però ce ne sono di inaspettati e unici, che meritano un’attenzione speciale. Questi reperti consentono di chiarire i dettagli degli eventi del passato, per creare un quadro più completo di quell’epoca. Louis von Gadenstedt ha combattuto per la Francia, è stato catturato in Russia ed è tornato in patria, ma il suo sigillo personale è diventato un piccolo dettaglio all’interno della grande storia russa”, ha commentato Asya Engovatova, vicedirettore dell’Istituto di archeologia dell’Accademia russa delle scienze per Scienza .
Il sigillo di un ufficiale napoleonico svela nuovi dati sulla campagna di Russia
Il sigillo è stato scoperto dagli specialisti dell’Istituto di archeologia dell’Accademia russa delle scienze durante gli scavi in corso nella cittadella fortificata di Vereya. Di piccole dimensioni – è alto 3,2 cm e il diametro dello scudo misura 2,1 cm – il sigillo è realizzato in ottone e presenta la figura di un uomo in uniforme militare. Nella mano destra tiene una spada con la lama rivolta verso il basso e la punta che tocca il suolo. Con il gomito della mano sinistra piegata, la figura si appoggia a un blocco di pietra di forma cubica, sul quale sono scolpite, al contrario, le sue iniziali in lettere latine. In basso, l’erba è segnata in una linea a zigzag, mentre sullo sfondo è raffigurato un grande albero. L’intera composizione è racchiusa in una cornice.
La figura del militare è resa con molti piccoli dettagli realistici. Sul capo porta un alto copricapo tronco-conico con visiera, un tipico shako (o sciaccò, dall’ungherese csákó ) introdotto dagli Ussari ungheresi nel XVIII secolo e presto adottato anche in molti altri eserciti europei. Il modello raffigurato fu introdotto in Francia nel 1810: non presenta infatti l’inserto laterale in pelle a forma di V, comparso in seguito. Sulla parte anteriore dello shako si nota il pompom che compare sui corpicapi indossati da giovani ufficiali (gli shako degli alti ufficiali presentavano invece un pennacchio). Sopra la visiera si nota una placchetta; due linee oblique sul lato raffigurano, stilizzata, la decorazione intrecciata che orna lo shako davanti e dietro.
Il soldato porta la tipica uniforme dell’esercito napoleonico in uso tra le truppe della Vestfalia, ornata Sulla spalla destra da una spallina frangiata. Ai piedi, il soldato calza stivali da ufficiale alti fino al ginocchio. L’arma che brandisce è una spada da fanteria francese con lama quasi diritta e impugnatura a semicerchio; alla cintura porta, sospesa, una baionetta in una guaina.

Secondo i ricercatori, l’albero che compare sullo sfondo non è soltanto un elemento del paesaggio, ma rappresenta un albero genealogico: due rami appaiono troncati – forse a indicare che la loro discendenza si è interrotta – mentre solo il terzo è pieno di foglie, probabile allusione alla prole numerosa.
Sulla superficie della pietra, divisa da una linea orizzontale in due parti disuguali, sono presenti alcune lettere in alfabeto latino. Nel campo superiore, che occupa i due terzi della superficie della pietra, è incisa la lettera maiuscola D, il cui significato non è stato ancora decifrato. Lo sfondo irregolare della superficie su cui è tracciata la lettera potrebbe essere un’allusione al colore dorato impiegato in araldica. Il resto delle lettere, su sfondo liscio (che potrebbe indicare il colore argento), sono incise tre lettere: L. v G. , abbreviazione del nome e del cognome del soggetto raffigurato (la v. sta per il tedesco “von”).

Secondo Sergey Khomchenko, ricercatore capo del Museo storico militare statale di Borodino specializzato nello studio dei dati sui soldati napoleonici fatti prigionieri tra il 1812 e il 1814, ha suggerito che il proprietario del sigillo possa essere Louis von Gadenstedt, tenente del 6° Reggimento di linea della Vestfalia .
Dopo la presa di Mosca da parte di Napoleone (14 settembre 1812), il comando francese ordinò di rafforzare Vereya. Fu innalzato il bastione di terra, furono costruite palizzate e barriere e per proteggere la strada per Smolensk venne collocata una guarnigione di stanza costituita dal 1 ° battaglione del 6 ° Reggimento di linea della Vestfalia, appartenente alla 23ma divisione di fanteria dell’VIII Corpo d’armata comandato dal generale Jean-Andoche Junot. Per ordine del generale Michail Illarionovič Kutuzov, la notte del 29 settembre 1812, il generale Ivan Semenovich Dorokhov attaccò Vereya con il suo distaccamento, distrusse le fortificazioni e catturò la guarnigione nemica. Tra i prigionieri c’era anche il tenente Louis von Gadenstedt, che, insieme ad altri prigionieri di guerra fu trasferito a Kaluga, poi a Orel e infine a Kostroma. All’inizio del 1814, come la maggior parte dei suoi commilitoni, tornò in patria ma il suo sigillo personale è rimasto sotto terra, tornando alla luce dopo più di 200 anni.
Fonte: Istituto di archeologia dell’Accademia russa delle scienze
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