
È stato inaugurato ieri nel Museo archeologico nazionale “Massimo Pallottino” di Melfi il nuovo allestimento dedicato ai sarcofagi di Rapolla ed Atella, dal titolo “Capolavori in rilievo: i sarcofagi di Atella e Rapolla. Il dialogo continua”. L’esposizione, voluta dalla Direzione regionale Musei Basilicata, è frutto di una collaborazione con il Museo archeologico nazionale di Napoli cui si deve il prestito a lungo termine dello spettacolare Sarcofago di Atella.

Il ritorno del Sarcofago di Atella al museo “Massimo Pallottino” è una tappa importante del progetto di valorizzazione intrapreso dal museo e un evento di grande importanza per le comunità del territorio vulture-melfese che considerano le due opere come identitarie. I due sarcofagi sono importanti testimoni degli scambi mediterranei che raccontano l’importanza culturale e il ruolo ricoperto dal territorio del Vulture in età imperiale romana.
Il Museo, un gioiello del territorio
Il Museo archeologico nazionale del melfese, ospitato nel suggestivo Castello di Melfi, illustra la vita, le credenze e i costumi delle popolazioni che hanno frequentato queste fertili terre dalla protostoria fino all’età romana. Il Museo è intitolato all’archeologo Massimo Pallottino (1909-1995), tra i maggiori specialisti dell’Italia preromana, unanimemente considerato il fondatore della moderna etruscologia. Tra le opere più significative spicca il Sarcofago di Rapolla, così denominato dal luogo in cui avvenne il ritrovamento, nel 1856, lungo il tracciato dell’antica via Appia a pochi chilometri da Melfi. È in marmo bianco e di proporzioni imponenti (altezza 1.80 m, lunghezza 2.50 m, larghezza 1.20 m), opera di maestranze dell’Asia Minore.
Il sarcofago di Rapolla
Sul coperchio una giovane donna di bell’aspetto giace distesa sul suo letto, raffigurata come se fosse addormentata. Ai suoi piedi un cagnolino, di cui rimangono solo le zampe. Vicino al capo si trova un amorino con in mano un festone di fiori e nell’altra mano una fiaccola rivolta verso il basso, in un atteggiamento che nell’iconografia funeraria romana allude alla morte. L’acconciatura, tipica delle donne vissute all’epoca degli imperatori della dinastia Antonina, ha permesso di datare il monumento in epoca romana e più esattamente alla seconda metà avanzata del II secolo d.C.

Nella parte alta del sarcofago un fregio di tritoni e mostri marini fa da cornice alla parte sottostante dove, all’interno di una ricca ripartizione architettonica a tempietti sorretti da colonne scanalate, si trovano alcune divinità ed eroi classici.
Chi è la giovane donna raffigurata?
Il sarcofago è privo di iscrizioni e per questo è forse destinato per sempre a rimanere ignoto il nome della giovane. Resta ignoto anche il nome del familiare che le ha voluto dedicare un’opera così imponente, certo commissionata da aristocratici in grado di affrontare le spese cospicue per la realizzazione e il trasporto.
L’ipotesi da alcuni avanzata di attribuire il sarcofago a Emilia (100 a.C. circa – 82 a.C.), figlia del patrizio Marco Emilio Scauro, una delle personalità politiche più influenti della tarda Repubblica, non appare credibile, anche in virtù della cronologia attribuita al monumento.

Acconciature, storia e cronologie
Come ancora oggi accade, le donne si ispiravano più o meno direttamente alla moda corrente, influenzata dalle scelte estetiche delle imperatrici, le cui capigliature possono essere ricostruite grazie ai loro numerosi ritratti ufficiali, prevalentemente sculture e raffigurazioni monetali.
Per tutta l’antichità classica l’acconciatura dei capelli e quella della barba ricevettero sempre particolare cura e attenzione, dando luogo a vere e proprie mode che potevano essere ispirate all’aspetto di personaggi eminenti. La diffusione, soprattutto a partire dal IV secolo a.C., di ritratti di tipo fisiognomico (si pensi, ad esempio, alle celebri e fedeli raffigurazioni di Alessandro Magno) contribuì a veicolare uno spirito di emulazione anche in età romana. Questo aspetto ha consentito a storici dell’arte ed archeologi di ricostruire una griglia cronologica attendibile dell’evoluzione delle mode e delle acconciature, di grande utilità per la contestualizzazione storica di raffigurazioni e ritratti, anche di soggetti anonimi.
Per informazioni:
Direzione regionale musei della Basilicata: drm-bas@cultura.gov.it
Museo archeologico nazionale “Massimo Pallottino” di Melfi: drm-bas.museomelfi@cultura.gov.it
Fonte: comunicato stampa e Sito del Museo Pallottino
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