Una scoperta destinata a lasciare il segno negli studi sulla lingua e sulla letteratura medievale arriva dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Tra i fondi manoscritti dell’ente è stato infatti individuato un codice del IX secolo che conserva una delle più antiche testimonianze dell’“Inno di Caedmon”, composto probabilmente alla fine del VII secolo e di conseguenza considerato il più antico testo noto in lingua inglese.
A firmare il ritrovamento sono la ricercatrice Elisabetta Magnanti, attualmente al Trinity College di Dublino, e il collega Mark Faulkner. Per l’Università di Siena, dove la studiosa si è formata, si tratta di un risultato di grande prestigio che testimonia il valore della ricerca umanistica e delle competenze interdisciplinari sviluppate all’interno dell’ateneo.
Un manoscritto del IX secolo riemerso dai fondi della Biblioteca Nazionale
Il codice, datato tra l’800 e l’830 d.C., contiene una copia della Historia ecclesiastica gentis anglorum, l’opera più nota di Beda il Venerabile (Regno di Northumbria, 672-673 circa – Jarrow, 26 maggio 735), monaco, erudito, poligrafo e tra i massimi intellettuali dell’alto Medioevo.

Il manoscritto ha una storia piuttosto avventurosa. Fu prodotto nell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, dove appare registrato nei cataloghi negli anni 1166 (nr. 60), 1331 (nr. 96), 1464 (nr. 83) e in un catalogo tra il 1464 e il 1490 (nr. 136). Quindi prima del 1650 passò alla Biblioteca Sessoriana del monastero di S. Croce in Gerusalemme a Roma, salvo scomparire misteriosamente dalla Città Eterna tra il 1798 e il 1818 durante le turbolenze legate alle guerre napoleoniche. Gli studiosi ipotizzano che il codice fu poi acquistato, intorno al 1826, dai librai inglesi Payne e Foss, probabilmente dal libraio romano Petrucci; l’anno successivo, infatti, il manoscritto entrò a far parte della celebre collezione di sir Thomas Phillipps (nr. 2701), che a sua volta lo acquistò dal libraio londinese Thomas Thorpe.
Dopo la dispersione della Biblioteca Phillipps, nel 1946 il volume passò ai librai antiquari Lionel e Philip Robinson, quindi alla libreria antiquaria H. P. Kraus di New York, dalla quale nel 1972 venne acquistato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Quest’ultimo lo donò infine alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove è tuttora conservato con la segnatura MS. Vitt. Em. 1452 (si può sfogliare in digitale QUI).
Durante tutti questi complicati passaggi, nessuno si era mai accorto che tra le righe del testo di Beda ci fosse anche la versione in inglese antico dell’Inno di Caedmon. Poi la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ne ha realizzato la digitalizzazione, insieme a quella di molti altri manoscritti. E così è arrivata anche questa nuova, inaspettata e straordinaria scoperta.
Perché la scoperta è così importante
In questo codice, infatti, i nove versi dell’“Inno di Caedmon” citati da Beda appaiono trascritti direttamente in antico inglese (Old English): una novità assoluta, perché fino a oggi i più antichi manoscritti noti ne riportavano solo la traduzione latina oppure relegavano i versi anglosassoni ai margini della pagina, sotto forma di annotazioni.
Il manoscritto individuato a Roma racconta invece una storia diversa: i versi in antico inglese sono inseriti direttamente nel corpo principale dell’opera di Beda, seguiti dalla loro traduzione latina.
Ecco il testo dell’Inno:

Ed ecco la pagina del codice MS. Vitt. Em. 1452, contenente il testo dell’inno (si tratta della folio 122v., in cui è trascritta parte del capitolo 24 del IV libro dell’Historia gentis Anglorum di Beda)1:

Nel particolare qui sotto, ho evidenziato in giallo i versi in antico inglese: sono poco più di cinque righe, ma – come detto – di grande importanza.

Qui sotto, invece, ho evidenziato il nome del poeta Caedmon e l’inizio della traduzione latina dell’Inno, che si trova subito dopo il testo in antico inglese e prosegue nella pagina successiva:


Chi era Caedmon?
Secondo il racconto tramandato da Beda, Caedmon – vissuto nel VII secolo – era un umile allevatore che, grazie all’ispirazione divina ricevuta in sogno, acquisì improvvisamente la capacità di comporre versi religiosi.
“Nel monastero di questa badessa [Hild, badessa di Streonæshalch (Whitby), ndr] viveva un fratello insigne per un dono speciale concessogli dalla grazia divina, ossia quello di scrivere versi adatti a promuovere lo zelo religioso e la pietà. Infatti, ciò che aveva imparato dalle Sacre Scritture per mezzo di interpreti, lo trasformava in espressioni poetiche nella lingua degli Angli, sua lingua nativa. Versi di tale dolcezza e commozione che molti furono spinti da tali canti a disprezzare il mondo e aspirare al Cielo” (Beda, Historia gentis Anglorum, IV 24).
L’“Inno di Caedmon”, scritto – stando allo stesso Beda – proprio a seguito di una visione, è l’unica opera attribuita con certezza al poeta, ed è considerato il punto di inizio della tradizione letteraria inglese.
Quella contenuta nel manoscritto di Roma rappresenta dunque la terza trascrizione più antica conosciuta al mondo del componimento. Le altre due, presenti in altrettanti codici conservati l’uno a Cambridge e l’altro a San Pietroburgo, presentano l’Inno solo in latino, mentre i versi in antico inglese appaiono aggiunti o a margine o alla fine.


Nel manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, invece, i versi sono compresi all’interno del testo stesso di Beda, a dimostrazione che in quest’epoca la lingua parlata dagli anglosassoni era considerata degna di essere tramandata per iscritto. Proprio come il latino.
Da Siena a Dublino: il percorso di Elisabetta Magnanti
Prima del dottorato svolto a Vienna e dell’attuale attività di ricerca presso il Trinity College di Dublino, Elisabetta Magnanti ha compiuto il proprio percorso formativo all’Università di Siena.
Dopo gli studi triennali nel campus di Arezzo, si è laureata magistrale in Lettere Moderne sotto la supervisione della professoressa Maria Rita Digilio. Fondamentale è stata anche l’esperienza nel Master in Informatica del Testo, fondato dal professor Francesco Stella e oggi diretto dalla professoressa Elisabetta Bartoli.
Proprio l’unione tra competenze filologiche tradizionali e strumenti digitali avanzati si è rivelata decisiva per l’individuazione del manoscritto.
Il ruolo della digitalizzazione
La scoperta è stata resa possibile anche grazie all’enorme lavoro di digitalizzazione del patrimonio manoscritto portato avanti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
L’accesso a immagini digitali ad alta definizione ha consentito agli studiosi di esaminare materiali rarissimi e individuare particolari che sarebbero potuti passare inosservati.
Si tratta di un esempio concreto di come le nuove tecnologie possano aprire prospettive inedite nella ricerca umanistica, favorendo l’emersione di documenti fondamentali per la ricostruzione della storia culturale europea.
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Lo studio pubblicato da Cambridge University Press
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica open access Early Medieval England and its Neighbours, edita da Cambridge University Press.
Per gli studiosi di filologia germanica e di storia della lingua inglese, il manoscritto romano rappresenta una scoperta di straordinario valore, destinata ad arricchire le conoscenze sulle prime fasi della tradizione letteraria anglosassone.
📘 Fonte scientifica
- 📄 Magnanti E, Faulkner M. A New Early-Ninth-Century Manuscript of Cædmon’s Hymn: Rome, Biblioteca Nazionale Centrale, Vitt. Em. 1452, 122v
- 📚 Early Medieval England and its Neighbours. 2026;52:e9
- 🔗 doi:10.1017/ean.2025.10012
📘 Notizia verificata ✅
- 📄 Fonte: Università di Siena ✅
- Il testo dell’Historia gentis Anglorum è contenuto tra le colonne 1r (prologo) e 65v; il manoscritto contiene anche un Sermone attribuito a sant’Agostino (in realtà di autore ignoto) e l’Epistola ad Evangelum presbyterum de Melchisedech di san Gerolamo. ↩︎




