LIBRI / Il monastero di Villanova a San Bonifacio, un patrimonio da riscoprire

Il volume di Angelo Passuello Il monastero di Villanova a San Bonifacio. Storia, arte, architettura, pubblicato da Cierre Edizioni nella collana “I Quaderni delle Regaste”, restituisce con sguardo critico un inedito ritratto dello straordinario complesso monastico di San Pietro apostolo a Villanova presso San Bonifacio, che si staglia imponente lungo l’antica via Postumia all’esatto confine fra le province di Verona e di Vicenza.

Il libro è aperto da una Presentazione del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, che sottolinea come «nella narrazione delle vicende storiche e artistiche, che l’autore compie con acribia e competenza, e nella descrizione della floridezza economica che contraddistingue il monastero, si legge in filigrana lo svolgersi quotidiano della vita dei monaci fatta di disciplina, di sottomissione all’abate, di clausura, di vita regolata da preghiera, lavoro, riposo, possibile riferimento spirituale per i contadini dei dintorni».

Il testo, infatti, rende conto della storia millenaria del priorato, che vide alternarsi momenti di splendore a periodi di decadenza, delle sue peculiarità architettoniche e delle molteplici ricchezze artistiche che custodisce, per le quali sono proposte delle nuove attribuzioni. L’autore conduce l’analisi cercando in primis di sfrondare alcuni “miti storiografici” come la presunta fondazione altomedievale da parte di Anselmo del Friuli (762): questa notizia risulta invero priva di qualsiasi riscontro documentario e materiale, poiché l’unico reperto erratico attribuibile a quest’epoca è il magnifico pluteo con pavoni affrontati nella cripta, che tuttavia potrebbe giungere da qualsiasi altra sede. L’istituzione del monastero risale, invece, ai primi anni del XII secolo per volontà del conte Alberto di San Bonifacio, acceso sostenitore del partito riformatore di Matilde di Canossa, che lo assegnò alle cure dei Benedettini.

Le absidi e il campanile

 

Gli alzati della chiesa s’impostano su una pianta longitudinale, scandita in tre navate absidate dal ritmico alternarsi di colonne e pilastri; la zona orientale è conclusa da un ampio presbiterio rialzato, conseguente all’inserimento della cripta a oratorio. La compagine, nel corso dei secoli, ha subito importanti superfetazioni che ne hanno in parte mutato la fisionomia primitiva, mentre la cripta serba ancora le sue specificità architettoniche, che la accomunano agli analoghi ambienti eretti a Verona e nel suo territorio fra i secoli XI e XII, come San Procolo, San Benedetto al Monte, Santa Maria in Ogano, San Giovanni in Valle e San Salvaro a San Pietro di Legnago.

Lo studio autoptico dell’impianto abbaziale ha permesso a Passuello di restituire un’immagine volumetrica di come doveva apparire in origine la chiesa, emendata dalle sovrastrutture moderne. I perimetrali e la testata orientale sfruttavano un’orditura muraria molto semplice, con soli filari di pietra e senza decorazioni nel sottogronda, mentre i tre giri absidali, per la loro imprescindibile funzione liturgica che imponeva una differenziazione dal corpo basilicale, adoperavano un apparecchio bicromo dato dall’avvicendarsi fra conci calcarei e un filare di mattoni. Le cappelle erano illuminate da monofore a strombo liscio ed erano coronate da archetti pensili e modanature. La veste interna, rispetto a oggi, prevedeva due arcate a pieno sesto nel presbiterio, in luogo dei due grandi arconi ribassati. La copertura, verosimilmente, era a capriate lignee; i cavalletti ancora esistenti sotto le vele barocche risalgono nondimeno a un accomodamento più tardo, presumibilmente quattrocentesco.

La cripta

Il settore meridionale era contraddistinto da un chiostro, sicuramente già esistente nel 1199, ma poi completamente ricostruito a cavaliere fra Tre e Quattrocento. La struttura chiesastica, che l’autore anticipa di qualche decennio rispetto a quanto comunemente suggerito dalla critica, parla un lessico costruttivo schiettamente veronese che trova i riscontri più prossimi nelle fabbriche di San Giovanni in Valle e di San Michele di Belfiore. Il raffinato apparato scultoreo sfrutta soluzioni eterogenee, come i capitelli a protomi animali, ampiamente attestati a Verona, e quelli polilobati, che testimoniano una singolare incursione di prototipi orientali in terra veronese.

Nel 1117 il terremoto che colpì Verona lesionò la fiancata settentrionale e causò il crollo del prospetto di facciata, che fu ricostruito in maniera impeccabile rifacendosi ai prestigiosi e corroborati modelli urbani di San Zeno e della Cattedrale, ma anche alla pieve di San Floriano a San Floriano di Valpolicella. Il prospetto ha un profilo spezzato a quattro salienti che sottolineano la suddivisione interna in navate, accentuata dalla presenza di due contrafforti a sperone. Questi elementi, ampiamente testificati a Verona già dal secolo XI inoltrato (San Zeno, San Fermo), hanno la funzione di accogliere le spinte orizzontali delle arcate interne. La porzione centrale del fronte era enfatizzata da un protiro pensile e da una bifora, mentre i collaterali erano forati da due monofore.

L’interno della chiesa abbaziale

La più antica citazione documentaria del monastero di Villanova è un atto del 1134; l’anno successivo il conte Alberto lasciò alla badia tutte le sue proprietà nelle diocesi di Verona e di Vicenza. Nel 1136, poi, l’abbazia fu posta sotto la diretta protezione papale, con l’annessione al monastero cluniacense di San Benedetto di Polirone.

Nel 1149 il priore Uberto di San Bonifacio procedette all’innalzamento dell’imponente campanile, come ricorda una preziosa testimonianza epigrafica tracciata nel lato orientale della torre. L’annesso si presentava ancora più tozzo, come denotano i montanti della cella romanica ancora esistenti, che permettono di confutare la teoria che il maestoso fabbricato avesse originariamente una forma assai più svettante di quella attuale.

Il prestigio dell’abbazia continuò a crescere durante il XII secolo, complici anche le concessioni papali di Alessandro III (1169) e Lucio III (1185) e il privilegio imperiale di Enrico VI (1193).

Nei secoli XIII e XIV, durante il dominio ezzeliniano prima e la dinastia scaligera poi, la comunità sambonifacese visse un periodo di declino istituzionale ed economico; nonostante ciò, durante il Trecento gli interni furono arricchiti da importanti cicli pittorici, ancora in buona parte visibili nel presbiterio e in alcune stanze del chiostro. Queste pitture, commissionate dall’abate Nicolò detto “Milanese”, che nel 1331 fu nominato vescovo di Verona, sono consone agli esiti del primo giottismo veronese e vennero realizzate da un pittore assai vicino ai modi del Secondo Maestro di San Zeno.

Fra la fine del XIV secolo e gli inizi del Quattrocento le sorti del monastero si risollevarono, almeno dal punto di vista materiale, sotto la guida di Guglielmo da Modena. Costui promosse pervasivi restauri degli ambienti claustrali e della chiesa e innalzò la cella campanaria con ariose trifore archiacute, affatto analoghe a quelle del chiostro. Guglielmo fu altresì un illustre mecenate e assoldò il consolidato binomio artistico composto dal pittore Martino da Verona (autore del Ciclo di San Benedetto nel fianco meridionale e nella controfacciata) e dallo scultore Antonio da Mestre (artefice dell’Ancona di san Pietro nell’abside maggiore e del dittico dell’Annunciazione nella cripta).

Nel 1420 l’abate Savino da Faenza eresse la nuova sagrestia contigua al lato sud del presbiterio; per approntare questo nuovo ambiente, fu sacrificata l’antica sala capitolare. Il suo successore Nicola II de Anzeleri, nel terzo decennio del Quattrocento, commissionò a un pittore prossimo ai modi di Giovanni Badile il pannello con i Santi Caterina e Agostino nella fiancata meridionale della chiesa e le lunette con le Storie di sant’Agata nella parete nord della cripta. In questo torno cronologico fu compiuto pure il Vesperbild, oggi nell’altare barocco del fianco nord, da un artista dell’ambito di Egidius Gutenstein von Wiener Neustadt.

Nel 1442 il monastero fu assegnato in commenda dal pontefice, venendo affidato ad alti prelati di illustri famiglie, che adoperarono l’istituzione principalmente per trarvi profitto: Berardi, Rangoni, Cybo, Del Carretto, Isvalies e Farnese. Di costoro ben pochi soggiornarono in abbazia, dove inviarono i loro vicari con funzioni amministrative; un’eccezione, tuttavia, fu il celeberrimo umanista Pietro Bembo, che risiedette più volte a Villanova, installandovi anche il suo studio.

La suggestiva facciata

Dopo il periodo di commenda, in cui venne completamente a mancare la dimensione claustrale, nel cenobio s’insediarono nel 1562 gli Olivetani di Santa Maria in Organo, che ridiedero impulso alla vita religiosa e grazie a un’accorta politica patrimoniale procedettero con i lavori di riassetto delle aree monastiche e della chiesa. Gli interni del tempio furono riallestiti secondo uno stile prettamente barocco, tramite l’alloggiamento degli angeli con cornucopia lungo la navata centrale, opera dei fratelli Marinali, e la creazione di un grande scalone nel presbiterio, di due cappelle lungo le fiancate e delle volte a vela intonacate. L’abbazia fu arricchita di notevoli pezzi pittorici, fra cui la tavola con San Michele Arcangelo dell’artista cretese Theodoros Poulakis e la grande pala centinata con Santa Francesca Romana e l’angelo, della bottega di Guercino. All’intraprendenza del priore olivetano Angelo Benedetto Manis si deve la completa revisione del chiostro, avvenuta fra il terzo e il quarto decennio del Settecento, quando furono tamponate le arcate ogivali per consolidare la struttura e venne approntato il monumentale scalone di accesso alla sagrestia.

Nel 1771, per decreto del Senato Veneto, il monastero fu soppresso e passò in mani private, per poi divenire una parrocchia incardinata nella diocesi vicentina e riacquisire la dignità abbaziale nel 1949.

In conclusione, come rimarca il prof. Giancarlo Volpato dell’Università di Verona nella Prefazione del volume «l’ascesa, il declino, la rinascita, la ricaduta e il definitivo riscatto – soprattutto artistico – trovano in quest’opera del giovane studioso un’avvenente descrizione: come in un canto dove, dalla ricerca dell’armonia, si arriva alla sinfonia … Dall’abbazia di San Pietro di Villanova s’innalza un canto armonioso nella silente bellezza; così, con questo accordo intonato, l’ha restituita, a noi, Angelo Passuello».


L’AUTORE

Angelo Passuello nasce a Verona nel 1986. Laureato magistrale in Discipline Artistiche e Archeologiche presso l’Università di Verona (110/110 e lode) e specialista in Beni Storico-Artistici presso l’Università di Padova (70/70 e lode), è dottore di ricerca in Storia dell’Arte Medievale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia; la sua tesi viene difesa nel settembre 2017 e valutata unanimemente con la lode. Dal 2009 è stato membro di diversi progetti di ricerca promossi dalle Università di Padova e di Verona e dal 2014 al 2018 ha svolto attività didattiche presso l’Università di Verona. Vincitore di prestigiosi riconoscimenti per le sue ricerche, è stato relatore a diversi convegni nazionali e internazionali in Europa e negli Stati Uniti ed è autore di numerosi saggi, contributi in atti di convegno e articoli in autorevoli riviste scientifiche internazionali: i suoi interventi toccano i più svariati ambiti, spaziando dalla scultura altomedievale alla pittura trecentesca, dall’architettura romanica alla plastica tardogotica. Nel 2018 ha pubblicato il volume San Lorenzo in Verona. Storia e restauri, che l’anno successivo ha vinto il prestigioso Premio Italia Medievale nella categoria Editoria.
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/a.passuello 
Pagina Academia.edu: https://unive.academia.edu/AngeloPassuello


IL LIBRO

Titolo: Il monastero di Villanova a San Bonifacio. Storia, arte, architettura
Autore:  Angelo Passuello
Editore: Cierre di Sommacampagna (Vr)
Anno: 2020
Formato: 14 x 22 cm
Pagine: 168
Illustrazioni: a colori
Rilegatura: brossura
ISBN: 9788855200356
Prezzo: 12,50 €
Pagina web del libro: http://edizioni.cierrenet.it/volumi/il-monastero-di-villanova/

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