Un team internazionale di studiosi ha scoperto nelle pitture egizie, da sempre considerate convenzionali e simboliche, “ritocchi” e “pentimenti” che sembrano attribuire agli artisti maggior libertà creativa rispetto a quanto finora ritenuto.

Che la civiltà egizia abbia creato, in campo artistico e architettonico, una quantità enorme di capolavori è cosa nota a tutti. Anzi, proprio la straordinaria qualità dei rilievi, delle pitture e delle sculture prodotti nell’antica terra dei Faraoni – per non dire delle architetture, e non ci riferiamo solo alle celebri piramidi – costituisce indubbiamente una delle ragioni del suo fascino senza tempo. Sembra perciò paradossale, diciamo pure incredibile, che nell’antica lingua egizia non esista una parola che esprima il concetto di “arte” (o almeno, ad oggi non ci è nota). D’altra parte, l’arte figurativa egizia è sempre stata considerata un’arte di tipo “statico” e “convenzionale”, elaborata cioè non secondo i principi del naturalismo e dell’aderenza al vero, ma improntata a principi espressivi e stilistici stereotipati per assolvere a funzioni di tipo simbolico, propagandistico e religioso.

Ora però un team internazionale e multidisciplinare guidato da Philippe Martinez e Philippe Walter, entrambi ricercatori in forza al CNRS, il Centre national de la recherche scientifique che ha sede in Francia, sembra aver scoperto nelle pitture egizie tracce che suggeriscono il ricorso a tecniche e prassi finora sfuggite agli studiosi. Analizzando in particolare le tombe di Nakhtamon (TT 341, tomba oggetto peraltro di una recente campagna di restauro) e di Menna (TT69), due delle tante Tombe dei Nobili presenti nella necropoli tebana di Luxor, i ricercatori hanno rinvenuto segni di “ritocchi” – a volte veri e propri “pentimenti” – apportati dagli artisti in corso d’opera. E’ il caso, ad esempio, del ritratto di Ramses II, il celebre terzo Faraone della XIX dinastia, conservato sulle pareti della tomba di Nakhtamon, il sacerdote responsabile dell’approvvigionamento giornaliero degli altari nel Ramesseum, analizzando il quale è emerso che la corona, il pettorale e il bastone ricurvo del Faraone sono stati modificati in modo sostanziale, anche se ciò è impercettibile osservando il dipinto ad occhio nudo. In una scena di adorazione raffigurata nella tomba di Menna, scriba di Thutmosi IV, “Gran consigliere del Signore delle Due Terre” e supervisore della produzione agricola, la posizione e il colore di un braccio sono stati modificati: i pigmenti utilizzati per rappresentare il colore della pelle differiscono da quelli applicati inizialmente, un “ritocco” che ha dato origine a minuscoli cambiamenti il cui scopo, secondo i ricercatori, “rimane ancora incerto”. L’idea è che i pittori, o gli ‘scribi-disegnatori’, possano aver aggiungere un tocco “personale” ai motivi convenzionali, o su richiesta dei committenti oppure per loro stessa iniziativa.
L’effetto, secondo gli studiosi del CNRS, potrebbe essere dirompente e “cambiare per sempre la nostra percezione di questi capolavori, troppo spesso considerati come opere statiche e convenzionali”.

Purtroppo il trascorrere del tempo, insieme ad altri fattori, ha compromesso i colori originali di queste opere d’arte. Ma forse ora il loro aspetto originario potrà essere ripristinato grazie alle analisi chimiche condotte sui pigmenti e alle informazioni ricavate dall’utilizzo delle più moderne tecnologie, tra cui la ricostruzione digitale in 3D delle opere per mezzo della fotogrammetria e della macrofotografia. L’effetto, secondo gli studiosi del CNRS, potrebbe essere dirompente e “cambiare per sempre la nostra percezione di questi capolavori, troppo spesso considerati come opere statiche e convenzionali”. In ogni caso, i dati emersi dimostrano che l’arte egizia e le sue modalità di produzione erano ben più dinamiche e complesse di quanto sia stato ritenuto fino ad oggi.
Le ricerche del CNRS continueranno nei prossimi mesi. Lo scopo delle future indagini, si legge nella nota diffusa dall’Ente di ricerca francese, sarà quello di analizzare altre pitture alla ricerca di indizi che aiutino a ricostruire l’identità intellettuale dei “disegnatori-scribi” egizi. Mostrando che anch’essi, al pari dei pittori “moderni”, erano creativi e geniali, veri e propri artisti “a tutto tondo”.
Per saperne di più:
- Philippe Martinez, Matthias Alfeld, Catherine Defeyt, Hishaam Elleithy, Helen Glanville, Melinda Hartwig, François-Philippe Hocquet, Maguy Jaber, Pauline Martinetto, David Strivay and Philippe Walter, Hidden mysteries in Ancient Egyptian paintings from the Theban Necropolis observed by in-situ XRF mapping. PLOS ONE, July 12 2023. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0287647
©RIPRODUZIONE RISERVATA







Lascia un commento