MOSTRE / A Mantova riemerge l’antica città “nascosta”

Esposti al Museo Archeologico Nazionale di Mantova i risultati degli ultimi scavi cittadini a pochi mesi dalla loro scoperta. Tra i ritrovamenti più importanti, l’insediamento dell’età del Bronzo trovato nel cantiere di Gradaro-Fiera Catena e la sepoltura infantile longobarda, con ricco corredo, di via Rubens.

di Elena Percivaldi (foto: Museo Archeologico Nazionale di Mantova)

Si intitola “La città nascosta. Archeologia urbana a Mantova” la nuova esposizione allestita al secondo piano del Museo Archeologico Nazionale di Mantova. Nata da una collaborazione tra Palazzo Ducale e Museo Archeologico Nazionale di Mantova e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Province di Cremona, Lodi e Mantova, la mostra a cura degli archeologi Mari Hirose e Leonardo Lamanna intende mostrare al pubblico i risultati degli ultimi scavi cittadini a pochi mesi dalla loro scoperta.

Il sottosuolo della città, infatti, continua a riservare sorprese e a svelare, tassello per tassello, la sua storia più antica, che va componendosi come un mosaico. Grazie allo scavo di Gradaro – Fiera Catena, condotto sotto la direzione della Soprintendenza nell’ambito del progetto di riqualificazione Mantova Hub, promosso dal Comune, sono venute alla luce tracce del più antico insediamento finora ritrovato nell’area della città, risalente alla fine dell’età del Bronzo, diversi secoli prima dell’arrivo degli Etruschi. Particolarmente fortunato è stato il rinvenimento di due grandi dolii, vasi usati per contenere granaglie e altre riserve alimentari, conservati al di sotto del pavimento di una capanna, che sono stati accuratamente prelevati e sottoposti a restauro.

L’allestimento museale con i reperti della Civitas Vetus

Il cantiere di via Rubens – Case dei Canonici di Santa Barbara, nel cuore della Civitas vetus ossia del centro storico, rappresenta invece un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo, dal Rinascimento all’età longobarda, dalla Mantua romana sino all’epoca etrusca, quando qui si trovavano un quartiere con abitazioni e una bottega di ceramisti. Saranno presentati non solo i più recenti studi sulla sepoltura altomedievale venuta in luce nel 2012, già balzata agli onori della cronaca per il suo corredo ricco di ori, ma anche nuovi importanti ritrovamenti, come un pavimento a mosaico decorato con delicate foglie di vite, testimonianza dei gusti raffinati dei proprietari di un’antica domus.

La mostra è accompagnata dalla pubblicazione di un piccolo libretto-guida realizzato da Editoriale Sometti a disposizione del visitatore (scaricabile QUI).

«Dall’età del Bronzo all’età moderna – raccontano i curatori della mostra Mari Hirose e Leonardo Lamanna – passando per etruschi, romani e Medioevo: la storia di una città millenaria come Mantova giace nascosta sottoterra. Grazie all’accurato lavoro degli archeologi questo patrimonio antico, ricco di storie emozionanti, torna ogni giorno alla luce e, anche tramite questa mostra, può essere restituito a tutti i cittadini, che ne sono i veri proprietari».

Mantova prima di Mantova: l’età del Bronzo

Gli scavi archeologici di Gradaro – Fiera Catena, eseguiti nel 2016, hanno riportato alla luce il più antico insediamento sul territorio di quella che, molti secoli dopo, sarebbe stata la futura Mantova. Si tratta di tracce di abitazioni risalenti all’età del Bronzo Finale (XII-X secolo a.C.) realizzate in materiali deperibili: la struttura portante era quasi certamente in legno, con tetto di paglia o di scandole; le pareti, realizzate con canne palustri o rami intrecciati, erano rivestite e impermeabilizzate con argilla essiccata, di cui si conservano alcuni frammenti (concotti). Nel pavimento di una delle capanne sono riemersi, ancora interrati nella posizione originale, due grandi vasi ceramici (dolia) utilizzati per immagazzinare derrate alimentari, come cereali o legumi.

I grandi vasi del Bronzo finale in corso di scavo (dal libretto illustrativo della mostra)

Assemblando i vari frammenti ceramici raccolto nello scavo, gli archeologi hanno potuto inoltre ricostruire recipienti di dimensioni più piccole, come scodelle, ciotole e vasi di forma troncoconica, destinati alla conservazione o al consumo di cibi e bevande.

Nonostante la tradizione le riconosca un valore speciale nella storia della città – qui, infatti, si trovavano sia la cosiddetta «casa di Virgilio» che il luogo dove san Longino avrebbe subito il martirio nel I secolo dell’era cristiana – l’area di Fiera Catena fu, da quanto sembra emergere dagli scavi, abbandonata fino al Medioevo, quando la presenza umana è nuovamente attestata da buche di palo – che suggeriscono “in negativo” l’esistenza di edifici costruiti in materiali deperibili – e da frammenti di vasellame, la cui cronologia esatta è in corso di studio. Numerosi sono invece i frammenti di ceramiche post-medievali riemersi dall’area di scavo, tra cui un gruppo di boccali in ceramica graffita e/o dipinta di varie dimensioni, appartenenti probabilmente a un “servizio” da taverna o da osteria, come sembra suggerire anche il rinvenimento congiunto di un dado da gioco e pipe «di tipo turco» o più genericamente
«mediterraneo» testimonianti l’uso di fumare tabacco nella Mantova del Seicento.

Il “servizio da osteria” (dal libretto illustrativo della mostra)

Un bambino longobardo

Di grandissimo interesse è però soprattutto il secondo cantiere esposto in mostra, quello relativo agli scavi di via Rubens, antica zona residenziale sita proprio nei pressi del museo. Oltre a diversi vasi di tipo etrusco, alcuni dei quali con iscrizioni e ai resti di una strada romana e di una domus con mosaici a testimoniare le rispettive fasi della vita cittadina, cattura l’attenzione quanto emerso, dal 2012 ad oggi, in corrispondenza delle Case dei Canonici di Santa Barbara, perché costituisce un vero e proprio spaccato del passato tardoantico e medievale di Mantova. Il ritrovamento più suggestivo riguarda un edificio a pianta centrale, formato da due ottagoni concentrici (se ne conservano alcuni massicci tratti murari a livello di fondazione): una struttura che, situata nel quartiere sud orientale della città di V-VI secolo – la cosiddetta Civitas vetus -, potrebbe essere interpretata come un secondo battistero, eretto in una zona opposta rispetto a quella dove sorgeva il (meglio conosciuto) battistero del Seminario Vescovile. Ma se così fosse, Mantova aveva due battisteri? E se sì, per quale ragione? Lo chiariranno, si spera, futuri studi.

L’area di scavo di via Rubens (dal libretto illustrativo della mostra)

Quel che è certo è che all’inizio del VII secolo, questo secondo edificio ottagonale fu utilizzato come area sepolcrale. La maggior parte delle tombe, purtroppo, sono state trovate già violate e saccheggiate. Ma una, riemersa intatta nel 2012, è stata giudicata di interesse straordinario. Collocata ortogonalmente tra le murature dell’edificio, la sepoltura, costituita da una fossa rettangolare, era delimitata da quattro buche di palo che attestano l’esistenza in origine di una struttura lignea, una sorta di piccola capanna o meglio “casa della morte” del tipo utilizzato dai longobardi in Pannonia e nella prima fase di insediamento in Italia.

Al suo interno si trovavano i resti di un bambino di età compresa tra i 3 e i 4 anni, come indicano alcuni denti e un frammento di mandibola. Il piccolo era stato deposto con il cranio orientato verso ovest e accompagnato da un corredo estremamente ricco e variegato, databile tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo.

Disegno ricostruttivo del bambino longobardo sepolto nell’area di via Rubens (dal libretto illustrativo della mostra)

Sul lato destro della testa erano collocati una brocca in bronzo, di tradizione romano-bizantina, e un bicchiere in ceramica comune. Al collo, il bambino portava una collana in filo d’argento, decorata da una crocetta dello stesso materiale, da un pendente monetale d’oro e da vaghi in pasta vitrea.

I finimenti da cintura del bambino longobardo (foto: Museo Archeologico Nazionale di Mantova)

Alla vita portava invece una ricchissima cintura multipla, composta da elementi aurei con decorazioni a virgole dal gusto bizantino, fermata forse in centro da una fibbietta in argento; da essa pendeva, in origine, un coltellino in ferro, il cui recente studio ha rivelato la presenza di tracce di un manico in corno e di un fodero in cuoio, nonché di fibre riconducibili a tessuti che avvolgevano l’arma o appartenevano al vestito del defunto. Completava il corredo una crocetta aurea priva di decorazioni, cucita sul sudario al momento della sepoltura. Il ritrovamento di questa sepoltura di prestigio getta nuova luce sui caratteri dell’insediamento longobardo in città (ne parlo nel libro “Sulle tracce dei Longobardi. Italia settentrionale”, pubblicato da Edizioni Del Capricorno e acquistabile QUI) evidenziando la presenza di élite legate a luoghi di culto nella delicata fase di conversione dei Longobardi al Cattolicesimo.

Il coltellino longobardo dopo il restauro (dal libretto illustrativo della mostra)

La mostra resta esposta al Museo Archeologico Nazionale, nel Palazzo Ducale di Mantova, fino a gennaio 2022. Per informazioni: www.mantovaducale.beniculturali.it/it/museo-archeologico


E per saperne di più sui Longobardi…

Elena Percivaldi
Sulle tracce del Longobardi. Italia settentrionale
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Nel 568, guidati dal loro re Alboino, i Longobardi, fiera stirpe guerriera venuta da Nord, varcarono le Alpi Giulie conquistando, in pochi anni, gran parte dell’Italia. Il loro regno durò poco più di due secoli fino alla conquista di Carlo Magno (774), salvo il ducato di Benevento che si conservò autonomo fino all’avvento dei Normanni. Seppur relativamente breve, la parabola dei Longobardi ha inciso in maniera profonda nella nostra storia. Il volume, incentrato sull’Italia settentrionale ― cuore pulsante del regno ― racconta la complessa eredità artistica, architettonica e culturale lasciata dai Longobardi sul territorio e ci accompagna alla scoperta dei luoghi che li videro protagonisti: dai monumenti del sito seriale Unesco alle capitali e residenze, dalle chiese alle abbazie, dai monasteri alle necropoli, senza trascurare i musei che custodiscono le testimonianze della loro vita materiale riemerse con gli scavi archeologici. Il risultato è il vivido ritratto di un popolo che ha saputo fondere il proprio retaggio tribale e «germanico» con la tradizione romano-bizantina, gli influssi pagani con la spiritualità cristiana, dando vita all’unicum irripetibile (e incredibilmente affascinante) che sta alla base del nostro Medioevo.

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Elena Percivaldi
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