MOSTRE / Le radici della Romania: a Madrid gli spettacolari tesori antichi e altomedievali della Dacia [FOTO / VIDEO]

Al Museo Archeologico Nazionale di Madrid gli straordinari tesori ritrovati nel territorio della Dacia, l’odierna Romania, dall’età del Ferro al periodo tardoantico e altomedievale. Armi, gioielli d’oro e d’argento, monete, vasellame, oggetti rituali: oltre 800 manufatti di eccezionale qualità in mostra nella più importante esposizione realizzata dal Muzeul Național de Istorie a României negli ultimi cinquant’anni.

di Elena Percivaldi (foto: ©MNIR ©Ing. Marius Amarie)

è un tripudio di oro e argento, di raffinato vasellame e fibule di squisita fattura, di monili e gioielli di valore inestimabile quello che si offre agli occhi del visitatore al Museo Archeologico Nazionale di Madrid, dove fino al 27 febbraio 2022 è allestita la mostra “Tesoros arqueológicos de Rumanía. Las raíces dacias y romanas” (Tesori archeologici dalla Romania: radici daciche e romane), a segnare il 140° anniversario dell’avvio delle relazioni diplomatiche tra Spagna e Romania. Un’esposizione ricchissima, la più importante realizzata all’estero dal Muzeul Național de Istorie a României, il Museo Nazionale di Storia della Romania, negli ultimi cinquant’anni, che ripercorre con un’opulenza straordinaria (oltre 800 gli oggetti in mostra, provenienti da ben 40 musei diversi) quell’età aurea che per 1500 anni, tra l’VIII secolo a.C. e il VII d.C., caratterizzò la Romania. Dall’età del Ferro all’Alto Medioevo, la mostra raccoglie le manifestazioni artistiche e culturali di tutte le popolazioni – dai Celti ai Romani, dai Daci agli Scizi, dai Goti alle altre genti “barbariche” – che transitarono lungo il Danubio insediandosi nell’odierna Romania. Con un’attenzione particolare ai circa due secoli in cui la regione fu provincia romana – la Dacia -, conquistata da Traiano nel 106 e rimasta nell’alveo dell’impero fino all’ultimo trentennio del III secolo. L’importanza della mostra, però, va ben oltre l’aspetto documentario e archeologico perché permette di apprezzare i collegamenti stabiliti nello spazio e nel tempo tra Romania e Spagna, tra l’Oriente europeo e il suo estremo occidente, accomunati tanto dall’eredità romana quanto dalla presenza di popolazioni celtiche e germaniche, che contribuirono in maniera altrettanto determinante a forgiarne la multiforme e affascinante identità.

Rython (Poroina Mare, Mehedinți). La Tène. Secoli IV-III a.C. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

Sei le sezioni della mostra. La prima, dedicata alla Prima Età del Ferro (VII-VI secolo a.C.), ci riporta all’alba della Protostoria, quando la cultura indigena di Basarabi (dall’omonimo villaggio del distretto di Dolj, nella Romania sud-occidentale), sviluppatasi nell’Europa sud-orientale tra l’VIII e il VII secolo a.C., costituì una prima grande cerniera tra Oriente e Occidente, favorendo l’incontro/scontro tra popolazioni di etnie diverse come i Pannoni, i Daci, i Traci e gli Illiri e le genti delle steppe, caratterizzate da un’élite di arcieri che combattevano a cavallo. Il contatto fu fondamentale sia sul piano sociale e militare che sotto l’aspetto religioso e cultuale, come testimoniano, in mostra, la stele funeraria con guerriero armato di daga e akinakes (la spada tradizionale degli Scizi), la statuetta della dea Anahita, venerata in Persia, e diversi oggetti legati a riti sacrificali e funebri.

Anello-sigillo. Vadu (Corbu, distretto di Constanza). Secondo quarto del V secolo a.C. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

La seconda sezione, intitolata “I Geto-Daci e i loro vicini (V secolo a.C.- I secolo d.C.)” indaga la genesi e il consolidamento della civiltà Geto-dacica, influenzata dal contatto con gli Scizi, i Greci, i Celti, i Traci e le genti trans-danubiane: una società gerarchizzata e fortemente militarizzata, espressa con icastica ricchezza dai corredi sfoggiati dalle élite guerriere.

Elmo di Peretu, parte del corredo di una tomba principesca dei Geti. Peretu (distretto di Teleorman). Seconda metà del IV sec. a. C. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

Nel I secolo a.C., grazie alla personalità del loro re Burebista, i Geto-Daci diedero vita tra le odierne Romania e Moldavia a uno regno autonomo ma fragile per le divisioni interne che caratterizzavano questi popoli, la cui società si reggeva su strutture tribali.

Alla morte di Burebista, eliminato in maniera violenta, la precaria compagine territoriale si frammentò in varie entità differenti, ciascuna delle quali debole soprattutto a confronto con l’organizzazione capillare di Roma, che in piena espansione si avvicinava minacciosamente ai confini meridionali del regno. I due mondi si scontrarono quando il nuovo re Duras-Diurpaneo invase la Mesia e spinse l’imperatore Domiziano, nell’anno 85, a varcare il Danubio. Dopo una prima vittoria, Duras abdicò in favore del nipote Decebalo, un giovane risoluto e di grande tempra: un destino scritto già nel nome, che significa “forte come dieci uomini”. Sconfitto però da Domiziano, Decebalo riuscì a negoziare una pace per il momento vantaggiosa che comprendeva per lui il rango di “re cliente”, ossia indipendente sulla carta ma in pratica sotto libertà vigilata.

Il giovane condottiero, tutt’altro che disposto a sopportare il ferreo controllo romano, riprese poco dopo le armi costringendo il nuovo imperatore, Traiano, a intervenire per riportare l’ordine. Tra il 101 e il 102 il valoroso re dacico tentò la riscossa, ma venne sconfitto dalle legioni condotte dall’imperatore in persona. La sua capitale, Sarmizegetusa Regia, il principale centro religioso e militare della Dacia, collocato su uno sperone roccioso alto 1200 metri, cadde in mano romana e Decebalo fu costretto di nuovo alla pace, con condizioni stavolta assai dure. Passarono solo tre anni e di nuovo, nel 105, il re dei Daci riprese il conflitto contro Roma spingendo l’imperatore all’intervento risolutivo.

Bracciali aurei, tesoro reale dacico. Sarmizegetusa Regia – Muchea Cetății (Grădiștea de Munte, Orăștioara
de Sus, distretto di Hunedoara). Metà del I secolo a.C. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

All’invasione romana gli alleati di Decebalo – le tribù dei Buri, Roxolani e Bastarni – risposero abbandonandolo; falliti anche i tentativi di avvelenare Traiano o di trattare, e sotto la minaccia che altri genti barbariche potessero cambiare schieramento e dare il loro appoggio a Roma, Decebalo ormai rintanato sui Carpazi dovette capitolare per la seconda volta. Quando ormai le legioni stavano per raggiungerlo e catturarlo, per non cadere vivo in mano al nemico si suicidò tagliandosi la gola con la sica, il caratteristico pugnale ricurvo che insieme alla più lunga falx costituiva l’arma tradizionale dei Daci: il macabro ma coraggioso gesto può essere apprezzato sulla Colonna Traiana, fatta erigere dallo stesso imperatore a Roma dopo il suo trionfo.

Insieme alla testa del re, Traiano ottenne una regione chiave per il controllo del corso danubiano e per il contenimento della pressione dei “barbari” ad est, oltre alla possibilità di sfruttare i ricchissimi distretti auriferi dei Carpazi. La terza sezione della mostra, intitolata “Pax Romana (I-III secolo d.C.)“, analizza quindi l’ingresso del territorio all’interno dell’orbita romana come provincia (Dacia e Mesia Inferiore) dopo la conquista, iniziata nel 101 e terminata da Traiano nel 106 con una serie di campagne militari: una dominazione che se sul piano politico durò poco – due secoli appena, prima che il Danubio venisse travolto da altre popolazioni nomadi -, ne cambiò per sempre la storia. Sul piano strategico, Dacia e Mesia Inferiore divennero il nuovo limes orientale e furono fortemente militarizzate da Traiano e Adriano, mentre su quello culturale i Daci vennero lentamente assimilati alla latinità e la loro religione e le loro usanze si trasformarono nel segno del sincretismo.

Stele funebre di guerriero. Micia (Mintia, Vețel, distretto di Hunedoara). Secoli II-III d.C. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

La quarta sezione della mostra, intitolata “Alle porte dell’impero (secoli I-IV)”, è dedicata alle popolazioni stanziate lungo le frontiere – come i Sarmati – e sul territorio dacico, nelle zone un tempo occupate dai Geto-Daci, e ai cambiamenti cui andarono incontro in virtù dei contatti con la presenza romana.

Tesoro liturgico. Sucidava – Curgani (Lipnița, Izvoarele, distretto di Constanța). Secoli IV-VI d.C. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

Segue la quinta sezione, “La continuazione della vita romana in Dacia (III-VII secolo d.C.)”, che analizza le vicende del territorio dacico dopo la fine della provincia, causata dal rimodellamento delle frontiere seguito alla rinnovata pressione di popoli alloctoni lungo il limes orientale: un delicato momento di transizione che coincide con la diffusione del cristianesimo, a sua volta foriero di nuove trasformazioni culturali, religiose, economiche e sociali destinate a lasciare un segno indelebile nella storia della regione.

Iscrizione funeraria in greco decorata con croce latina. Tomis (Constanța, distretto di Constanța) Metà del VI secolo dC. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

Chiude l’esposizione la sesta e ultima sezione, “L’Impero e i ‘barbari’ (IV-VII secolo d.C.)”, che consente di dare uno sguardo all’evoluzione storica del territorio a nord del Danubio fuori dai confini dell’impero attraverso le popolazioni che in età tardoantica lo abitavano – i Goti, gli Unni, i Gepidi, gli Slavi, gli Avari – con i loro usi, la vita materiale e i costumi religiosi e funerari.

L’eccezionale Tesoro di Pietroasa, V secolo d.C. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

Si trattava di società tribali basate su ricche aristocrazie militari, la cui opulenza è testimoniata in maniera eloquente dalla qualità dei corredi funebri, primo fra tutti il grandioso tesoro “goto” ritrovato nel 1837 a Pietroasele, composto in origine da ventidue pezzi in metallo prezioso (di cui solo una dozzina sopravvissuti: sono conservati nel Museo nazionale di storia della Romania) tra monili, fibule, piatti e vasellame, una patera e un anello simile a un torque inciso a caratteri runici. La raffinatezza e la qualità della lavorazione, tale da aver spinto in passato alcuni studiosi a collegare gli oggetti al re visigoto Atanarico, morto nel 381 (attribuzione oggi generalmente respinta), ne fa uno dei più fulgidi esempi dello stile policromo diffuso nell’età delle migrazioni.

Coppia di fibule dal tesoro di Pietroasele (Pietroasele, distretto di Buzău). V secolo d. C. ©MNIR ©Ing. Marius Amarie

A corredo della mostra, un fitto programma di attività, visite guidate e iniziative, anche multimediali, destinate al grande pubblico. Il catalogo, pubblicato in edizione bilingue spagnolo-inglese, comprende una serie di saggi redatti dai più importanti specialisti della materia che ne fanno uno strumento indispensabile per la comprensione delle tematiche affrontate dall’esposizione, nonché un punto di riferimento per i futuri studi su questo affascinante capitolo della storia romena ed europea.

GUARDA LA PLAYLIST DEI VIDEO DEDICATI ALLA MOSTRA

Per tutte le informazioni sull’accesso alla mostra e sulla visita: www.man.es

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