MUSEI / Viaggio tra i resti degli antichi milanesi: il Sepolcreto della Ca’ Granda finalmente visitabile con un percorso multimediale

Il nuovo allestimento, appena presentato, guida il pubblico con pannelli e supporti multimediali alla scoperta dei risultati dello studio sui resti degli antichi pazienti dell’Ospedale Maggiore milanese. Il progetto, diretto da Cristina Cattaneo (Labanof), ha permesso di ricostruire e raccogliere importanti informazioni sulla popolazione di Milano del Seicento.

di Redazione (foto: ©UniMi/Labanof)

L’installazione multimediale nel percorso museale del Sepolcreto (foto: ©UniMi/Labanof)

Un percorso museale per il Sepolcreto della Ca’ Granda, la Cripta sotterranea della Chiesa della Beata Vergine Annunziata, dove, nelle camere ipogee del Sepolcreto, tra la seconda metà del Quattrocento e la fine del Seicento, venivano sepolti i pazienti deceduti dell’Ospedale Maggiore, la cosiddetta Ca’ Granda, lo storico ospedale di Milano, oggi sede dell’Università Statale.

Dal 2018 la Cripta, tra i beni culturali della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, è luogo di ricerca di un importante progetto  multidisciplinare finanziato dalla Regione Lombardia e intitolato “Il Sepolcreto della Ca’ Granda, un tesoro storico e scientifico di Milano”.

Il percorso museale (foto: ©UniMi/Labanof)

Il progetto, diretto da Cristina Cattaneo, docente del dipartimento Scienze biomediche per la salute e direttrice del Labanof, Laboratorio di antropologia e odontologia forense, e da Fabrizio Slavazzi, archeologo e docente del dipartimento di Beni culturali e ambientali della Statale, è condotto in collaborazione con l’Archivio del Policlinico di Milano e ha permesso di ricostruire e raccogliere importanti informazioni sulla popolazione di Milano del Seicento, a partire proprio dallo studio dei resti degli antichi pazienti dell’Ospedale Maggiore che vi erano sepolti.

Alcuni resti esposti (foto: ©UniMi/Labanof)

Un importante lavoro di ricerca che, ora, potrà essere conosciuto dal pubblico con l’apertura della Cripta e l’allestimento museale, presentato il 31 marzo, alla presenza di Marco Giachetti, presidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico, le prorettrici dell’Università Statale, Marina Carini (Terza missione, attività culturali e Impatto sociale) e Maria Pia Abbracchio (vicaria e con delega a Ricerca e innovazione), Paolo Maria Galimberti, dirigente responsabile del Servizio Beni Culturali – Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico, e i docenti della Statale Cristina Cattaneo, Fabrizio Slavazzi, e Alessandro Porro, docente di Storia della medicina del dipartimento di Scienze cliniche e di comunità

A guidare il visitatore una serie di pannelli che spiegano la storia e le analisi che hanno riguardato la Cripta, un supporto multimediale che proietta una serie di contenuti registrati durante lo studio, creando una sorta di “making of” del progetto, un’area di attenzione sulla “Danse macabre” del Volpino, il pittore autore degli affreschi della Cripta risalenti al 1637, il laboratorio antropologico visitabile, il cantiere. Infine, è stato ricavato uno spazio per allestire un piccolo diorama, composto da resti ossei veri, che mostra allo spettatore l’aspetto delle camere ipogee, prima dell’avvio dello scavo archeologico. 

Il progetto di ricerca qui condotto – ha commentato Maria Pia Abbracchio – è di straordinaria rilevanza per i risultati raggiunti grazie alla sua eccezionale multidisciplinarietà, che mette insieme competenze diverse del nostro Ateneo, da quelle medico-legali, biologiche e chimiche a quelle antropologiche, storiche e archeologiche. Questo approccio integrato permette non solo di riportare alla luce un passato importante per l’ospedale e per la città, ma anche di ridare dignità ai morti qui sepolti e alle loro storie personali. Grazie alle tecnologie più moderne, possiamo capire come vivevano queste persone, da dove provenivano, come si nutrivano, di quali malattie soffrivano e come venivano curate. Queste persone tornano quindi a parlarci, rafforzando la nostra identità e le nostre radici“.

Il percorso museale è dotato di pannelli (foto: ©UniMi/Labanof)

L’apertura della Cripta e il relativo percorso museale – ha aggiunto Marina Carini – sono un esempio molto significativo di una collaborazione fattiva, anzi di co-progettazione, tra più parti che si sono proiettate nella realizzazione di un bene che diventerà un bene comune, e quindi risponde appieno agli obiettivi della Terza Missione del nostro Ateneo, e in particolare a quello di farsi Università Civica, attore sociale della conoscenza, attraverso azioni che, con il coinvolgimento della società, favoriscono la generazione di beni pubblici di natura sociale, educativa e culturale, come indicato nel piano strategico di Ateneo 2022-2024.

Questo studio riporta alla luce un pezzo della Milano del Seicento – ha sottolineato la professoressa Cristina Cattaneo –. Le fonti derivanti dalle cosiddette hard sciences a volte integrano e a volte smentiscono le fonti storiche. Gli studi condotti sui resti degli antichi pazienti, anche con esame del Dna, mostrano, per esempio, una città multiculturale con provenienze dall’Africa e dal Nord ed Est Europa. Ci raccontano anche di quali fossero le malattie più diffuse, come la sifilide e, ancora, dagli esami tossicologici su tessuti cerebrali che sono stati rinvenuti sono state scoperte le sostanze che venivano utilizzate dagli uomini e dalle donne dell’epoca: dall’oppio alla cannabis”.

Alcuni resti studiati in attuazione del progetto (foto: ©UniMi/Labanof)

Centrale anche il contributo degli archeologi, come ha ricordato Fabrizio Slavazzi, che hanno condotto la ricognizione degli spazi dove i resti erano sepolti, valutando, anche attraverso la fotogrammetria, la consistenza e lo stato di conservazione dei depositi all’interno delle camere. Il metodo adottato è stato quello stratigrafico. Un significativo lavoro, inoltre, ha riguardato la catalogazione dei reperti: le condizioni ambientali della Cripta hanno infatti permesso la conservazione dei resti scheletrici e anche di tessuti molli, e poi bende, lacci di cuoio ed elementi di vestiario, nonché alcuni oggetti personali come un rosario in legno trovato al polso di un bambino.

Alessandro Porro, docente di Storia della medicina, ha sottolineato, invece, come questo progetto di ricerca e i risultati che sta dando siano “un’occasione irripetibile” per chi si occupa della storia della medicina. Le informazioni sui resti degli antichi pazienti, infatti, rappresentano un patrimonio prezioso per comprendere la medicina e le terapie dell’epoca, nonché le condizioni di salute di coloro che venivano ricoverati alla Ca’ Granda.

Fonte: UniMi

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