Mattia Preti, La peste a Napoli

MOSTRE / A Torino la storia delle epidemie e delle cure tra scienza, false credenze e arte

La mostra “Bandiera gialla – Le epidemie e le cure nella storia, nella scienza, nell’arte”, esposta a Torino fino al prossimo marzo e curata dall’Ateneo cittadino, propone un itinerario storico che dalla “peste nera” del Trecento arriva ai tre anni di Covid-19. Nel percorso spiccano la replica in grandezza naturale (4 metri di altezza) della celebre “colonna infame” di Milano, che fu eretta in origine per additare all’odio pubblico i presunti “untori” della peste manzoniana. Un monito nei confronti della follia del pregiudizio e sulle tragedie di chi ne fu e ne è vittima, oggi come allora.

Il giallo è un colore che nel Medioevo aveva una valenza generalmente negativa, associato com’era alla menzogna, alla truffa, alla disonestà e al tradimento. Giallo è, ad esempio, il mantello che indossa Giuda nell’episodio della Cattura di Cristo raffigurato da Giotto nello spettacolare ciclo che il pittore realizzò tra il 1303 e il 1305 circa nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Gialla era anche, nel Seicento, la bandiera che indicava la presenza di malattie contagiose, in particolare in associazione alla quarantena, una delle poche – se non l’unica – forme di prevenzione usate nelle epoche passate. E proprio da questa circostanza prende spunto il titolo della mostra – “Bandiera gialla – Le epidemie e le cure nella storia, nella scienza, nell’arte” – inaugurata lunedì 5 dicembre 2022 a Torino e prodotta dall’Università di Torino nell’ambito del programma UniVerso, l’osservatorio culturale dell’Ateneo, in collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti, con il Teatro Regio di Torino e le Teche Rai. Allestita negli spazi del Cortile del Rettorato (via Po 17, Torino) e della Rotonda Talucchi (via Accademia Albertina 6, Torino), l’esposizione, che resterà aperta fino al 5 marzo 2023, è curata dal Prof. Peppino Ortoleva, storico dei media e curatore di musei e mostre, con la direzione scientifica della Prorettrice di UniTo Prof.ssa Giulia Carluccio.

Il percorso  unisce un itinerario storico che dal periodo della “peste nera” del Trecento – resa celebre da Giovanni Boccaccio – arriva fino ai tre anni del CoViD-19, con un’attenta e aggiornata analisi scientifica delle malattie, della loro diffusione e delle cure che la medicina è riuscita a sviluppare, mettendo a disposizione della società le competenze scientifiche e gli esiti della ricerca più avanzata che l’Università di Torino può vantare in riferimento a un ampio ventaglio di saperi e discipline.

Il percorso  unisce un itinerario storico che dal periodo della “peste nera” del Trecento – resa celebre da Giovanni Boccaccio – arriva fino ai tre anni del CoViD-19, con un’attenta e aggiornata analisi scientifica delle malattie, della loro diffusione e delle cure che la medicina è riuscita a sviluppare, mettendo a disposizione della società le competenze scientifiche e gli esiti della ricerca più avanzata che l’Università di Torino può vantare in riferimento a un ampio ventaglio di saperi e discipline.

Nobili gli scopi dell’iniziativa: raccogliere – come spiegano i curatori – la sfida inedita, e di grande attualità, di proporre un approfondimento rigoroso sulla storia delle pandemie attraverso la forza e l’impatto di un percorso espositivo interdisciplinare, rivolto peraltro a un pubblico che va oltre la comunità accademica per coinvolgere tutta la cittadinanza. 

Mattia Preti, La peste a Napoli

Mattia Preti, La peste a Napoli (1657-1659 circa)

Il percorso espositivo narra cause ed effetti delle principali epidemie che hanno caratterizzato la storia dell’umanità a partire dall’età moderna con l’obiettivo di indurre il visitatore a portare lo sguardo, non solo sulla situazione attuale, ma anche sulla dinamica storica di comparsa e diffusione delle epidemie mettendo in evidenza alcuni fenomeni ricorrenti nelle crisi sanitarie: il diffondersi di dicerie che ne attribuiscono la responsabilità a presunte cospirazioni, gli interventi spesso autoritari dei poteri pubblici, l’avvicendarsi di fasi di paura e disperazione con altre di ingannevole speranza, la sperimentazione di rimedi medici che a volte si sono rivelati inutili o perfino dannosi a volte al contrario si sono dimostrati efficaci a contenere i morbi o addirittura a sradicarli. Un tema cruciale e di grande attualità, quello del rapporto tra le effettive conoscenze mediche e la diffusione di rimedi basati su false credenze (o addirittura superstizioni), e che ha da sempre caratterizzato la storia della medicina di dai tempi più remoti: ad esso è dedicato, ad esempio, il recentissimo saggio “Ciarlatani. Fake news e medicina dall’antichità a oggi” scritto a quattro mani dal paleopatologo Francesco M.Galassi e dalla storica medievista Elena Percivaldi e uscito per Espress Edizioni, di cui abbiamo parlato QUI.

I curatori della mostra torinese hanno scelto di affrontare i temi coniugando le informazioni scientifiche agli oggetti (in particolare gli strumenti medici) di diverse epoche, ai documenti storici (dalle fotografie ai giornali agli avvisi pubblici) capaci di far comprendere il vissuto al tempo della peste, del colera o della “spagnola”, agli audiovisivi e alle produzioni artistiche – dalla pittura alla letteratura, dalle arti plastiche alla musica – che hanno documentato e narrato le epidemie stesse.

Tra questi spiccano senza dubbio due grandi quadri di Giovanni Battista Della Rovere detto Il Fiamminghino (Milano, 1561 – 1627), che raffigurano gli abitanti della cittadina piemontese di Carmagnola che fanno voto all’Immacolata per essere scampati alla peste nel 1522 e poi ancora nel 1630, e la piccola ma impressionante “Fossa carnaia” del siracusano Gaetano Zumbo (1656-1701), gruppo scultoreo in cera colorata che rende con vivido realismo il momento in cui una vittima del morbo viene deposta insieme a una moltitudine di scheletri e cadaveri in decomposizione.

Giovanni Battista Della Rovere, I Carmagnolesi pronunciano il voto all’Immacolata Concezione nel 1630 per essere liberati dalla peste. Carmagnola, Municipio, Sala Consigliare
La Fossa Carnaia, ceroplastica di Gaetano Zumbo. Siracusa, Galleria Nazionale di Palazzo Bellomo

Spazio viene inoltre dato all’espressione artistica, lasciando alla pittura, alle arti plastiche, alla narrazione letteraria – immancabile, ad esempio, il richiamo a “La peste” di Albert Camus) il compito di far capire che cosa ha voluto e vuole dire il vivere in tempo di epidemia, senza dimenticare la musica: sarà una sorpresa scoprire una Cantata per la fine del colera di una grande compositrice tedesca, Fanny Mendelssohn Hensel

Un tocco di attualità è fornito dal contributo delle Teche RAI e di altri materiali di archivio, che permettono di seguire gli sviluppi della recente pandemia, di riconoscere le battaglie del personale sanitario in prima linea in Italia come in Asia e altrove, e di tornare con immagini sempre attuali alla “spagnola” del 1918-19, al colera a Napoli del 1973, al dramma dell’AIDS tra l’Africa e l’Occidente. 

Nell’allestimento curato da Diego Giachello e con le scenografie ideate da Claudia Boasso del Teatro Regio di Torino spicca anche una replica in grandezza naturale (4 metri di altezza) della colonna infame di Milano, che fu eretta in origine per additare all’odio pubblico i presunti “untori”. Alessandro Manzoni intitolò Storia della colonna infame il suo straordinario breve testo che, originariamente parte dei Promessi sposi, venne poi pubblicato come opera autonoma. dedicata alla peste di Milano. Fin dalla scelta del titolo, Manzoni da una parte sottolinea l’assurdità della diceria per cui la peste sarebbe stata volutamente disseminata da persone in realtà innocenti (gli untori) denunciando l’orrore dei metodi usati per strappare loro false confessioni, dall’altro rievoca quel monumento alla falsità e all’ingiustizia ricordandolo anche dopo la sua distruzione avvenuta nel 1778.

La Colonna Infame, eretta a Milano per additare all’odio i presunti untori della peste “manzoniana”

La ricostruzione della colonna, posizionata nel cortile del Rettorato, vuol essere un monito (all’opposto del suo scopo originario) a riconoscere la fallibilità umana, a ricordare e onorare quegli innocenti che furono condannati sulla base di dicerie, di voci cospirazionistiche, di sistemi giuridici che ignoravano i diritti dell’umanità. Oltre alla riproduzione della colonna, si può approfondire la vicenda degli sventurati “untori” Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, si trova spiegazione del significato dello strano simbolo sferico che sormonta la colonna, ci si confronta con grandi opere letterarie che proprio alla colonna infame hanno fatto riferimento. Un ammonimento nei confronti della follia del pregiudizio e sulle tragedie di chi ne fu e ne è vittima, oggi come allora. 

©STORIE & ARCHEOSTORIE. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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