ARTE / La pittura a Roma e Pompei, una miniera di capolavori straordinari: ce li racconta una mostra a Bologna

Sepolta dall’eruzione del 79 d.C., Pompei ha conservato pressoché intatti i suoi tesori. Tra questi anche le pitture murarie, capolavori realizzati da autori per lo più ignoti ma che padroneggiavano in maniera stupefacente tutti segreti di quest’arte. Una grande mostra a Bologna ci guida a riscoprire i “pictores” e le loro botteghe: raccontandoli attraverso gli strumenti del mestiere e le tecniche sopraffine, l’esposizione ne esplora anche la condizione sociale ed economica, per apprezzarne appieno il ruolo rivestito nella società del tempo.

Pompei non cessa di salire agli onori delle cronache per ritrovamenti sempre più inattesi e spettacolari: ambienti residenziali e botteghe, iscrizioni e oggetti di ogni giorno, resti umani e animali, preziose e toccanti testimonianze della vivace vita quotidiana che si svolgeva in una tipica ricca città provinciale dell’impero romano durante il I secolo d.C. L’eruzione del Vesuvio, che nei drammatici giorni di ottobre del 79 d.C. ricoprì di cenere Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis, ha preservato miracolosamente intatte non solo le strutture delle case e degli edifici pubblici, ma anche le decorazioni che ne ornavano le pareti. Pitture straordinarie, dai colori accesi, che illustrano scene eroiche o private, sacre o profane, ma sempre pervase di vibrante realismo e leggerezza. E poi vedute paesaggistiche dettagliate, nature morte, raffinate architetture ricche di particolari decorativi…
Si tratta di un caso rarissimo, essendo le pitture parietali antiche perlopiù scomparse a causa della loro intrinseca fragilità, minate dal trascorrere del tempo e dalla distruzione dei supporti; proprio per questo il sito pompeiano risulta straordinariamente utile e prezioso. Ma quali sono le caratteristiche della pittura romana e che cosa la rende unica e speciale?

In debito con la Grecia

Così come altre forme d’arte, a cominciare dalla scultura, la pittura di ambito romano appare fortemente debitrice di quella greca, la più colta e raffinata del mondo antico. Non che mancasse in Italia una forma di espressione artistica autoctona, anzi: sia gli Etruschi sia gli altri popoli italici, come i Sanniti, conoscevano e utilizzavano la dell’amore punito pittura per decorare le pareti, in special modo delle tombe, rappresentando momenti importanti della vita quotidiana, dai riti religiosi alle cerimonie, dai banchetti ai giochi. Ma a Roma l’arte pittorica venne concepita sin dalle origini in maniera diversa. Se nella Grecia classica i pittori erano considerati “proprietà dell’universo” (lo ricorda Plinio il Vecchio, a sottolinearne l’importanza e il ruolo), l’Urbe relegava perlopiù i pictores al ruolo di abili artigiani. Solo alcuni di essi conquistarono, per l’altissima qualità e la raffinatezza delle creazioni, il ruolo di “artisti”: in quel caso la loro opera, da mestiere riservato alle classi sociali marginali (schiavi e liberti), divenne arte che qualificava e conferiva prestigio a chi la praticava.

La Villa dei Misteri e dell’arte

Una delle grandi scene affrescate nella Villa dei Misteri di Pompei.

A Roma la pittura fece il suo esordio intorno al V secolo a.C. ed era prerogativa di artisti di provenienza straniera. È il caso, per esempio, di Damofilo e Gorgaso, gli autori della decorazione del tempio di Cerere fondato da Spurio Crasso nel 493 a.C., i quali erano di origine italiota e siceliota. Per conoscere il primo pittore autoctono occorre attendere il 304 a.C., anno in cui tale Fabius Pictor, membro (o forse addirittura fondatore) della gens patrizia dei Fabii, avrebbe (secondo Plinio il Vecchio) decorato il tempio della dea Salute sul Quirinale. La sua, come quella degli altri artisti attivi a Roma tra IV e II secolo a.C., era una pittura di carattere celebrativo e trionfale, concepita con il fine precipuo di esaltare le imprese della Repubblica, all’epoca impegnata in una vigorosa espansione, dapprima nella penisola italica e poi sull’intero scacchiere mediterraneo.

Filosofo con Macedonia e Persia. Boscoreale, Villa di Fannio Sinistore, oecus (H), parete ovest; affresco, cm 240 x 345 [MANN, Inv. s.n. inv. 906]. I secolo a.C. – II stile

Dagli edifici pubblici, la pittura passò alle domus dei facoltosi patrizi, che videro in essa un mezzo per ostentare la ricchezza e il prestigio delle loro famiglie. Il periodo più fulgido della pittura romana fu senza dubbio quello imperiale, caratterizzato da una grande varietà di temi, che spaziavano dalla riproduzione di scene mitologiche alla rappresentazione di intime scene quotidiane, sovente inserite in complesse architetture e delicate ornamentazioni con virtuosistici giochi di illusionismo prospettico. Si tratta di splendide opere, spesso di grandi dimensioni, che riflettono i gusti e i valori di una committenza eterogenea. Tra queste spiccano proprio quelle delle ville pompeiane, sigillate dall’eruzione del 79 d.C. e per questo molto ben conservate.

Figura femminile. Pompei, VI, 9, 2-13, Casa di Meleagro, tablino (8), parete est, registro superiore; stucco – affresco, 178 x 188 [MANN, inv. 9595]. I secolo d.C. – IV stile

L’abbondanza e la varietà delle pitture murarie ha fatto un tempo supporre che a Pompei esistesse una vera e propria scuola pittorica originale, caratterizzata da quattro diversi stili. In realtà il centro propulsore di tale produzione artistica, da cui le città vesuviane dipendevano e prendevano spunto, fu senza dubbio Roma, una metropoli cosmopolita e multietnica, pronta a recepire gli stimoli culturali ed estetici che giungevano non solo dalla Grecia, ma in genere dal Mediterraneo e dall’Oriente.

Tra le testimonianze più stupefacenti troviamo senz’altro la celeberrima Villa dei Misteri, eretta appena fuori dalle mura di Pompei nel II secolo a.C. Il ciclo decorativo che vi si conserva, realizzato in vari tempi da anonimi artisti locali, presenta diversi stili. Una delle scene più note e significative è quella del cosiddetto Rito di Dioniso, che rappresenta probabilmente l’iniziazione di una sposa attraverso il mito di Dioniso e Arianna. L’opera, di eccezionale qualità, costituisce il più grande gruppo di figure dipinte (in tutto 23) tramandato dall’antichità classica; oltre alla squisita raffinatezza delle immagini e al denso simbolismo religioso, vanta la presenza della tecnica della megalografia, che prevede la riproduzione di figure a grandi dimensioni, spesso superiori a quelle del vero.

Rosso pompeiano?
Una “fake news”

Secondo uno studio del Cnr, il celebre “rosso pompeiano”, così caratteristico degli affreschi di Pompei ed Ercolano, in realtà non era affatto una tonalità di rosso, bensì di giallo ocra. A conferirgli la tipica e bellissima gradazione fu il calore generato dai gas bollenti sprigionati durante l’eruzione vesuviana, che alterarono la tinta originaria: una reazione già nota e talvolta volontariamente utilizzata nell’antichità. Per ricavare il rosso, infatti, occorreva procurarsi grandi quantità di cinabro e minio, composti rispettivamente a base di mercurio e piombo ed entrambi difficili da reperire e piuttosto costosi; come alternativa più economica e praticabile si scaldava la comune ocra gialla, ottenendo un effetto simile. A confermare che molte pareti oggi di colore “rosso pompeiano” apparivano effettivamente ocra al tempo dell’antica Roma sono state le indagini condotte con lo spettrofotocolorimetro. Esse hanno consentito di “misurare” il colore, mentre la fluorescenza X escludeva la presenza di minio e cinabro. Sembra quindi certo che, nella maggioranza dei casi, il “rosso pompeiano” derivi dall’ocra “cotta”: un effetto ottenuto volontariamente per risparmiare, oppure creatosi in modo spontaneo mediante l’azione dei gas vulcanici durante le ultime drammatiche ore di vita delle città vesuviane.

Non mancano, a Pompei come altrove, le scene di genere, quali ad esempio i paesaggi sacrali idilliaci, che fungevano spesso da “finestra” sui paesaggi bucolici extra moenia, e le nature morte (xenia, o regali di ospitalità): queste ultime rappresentano frutti locali ed esotici, cibi e pietanze, animali domestici e selvatici, ambienti e utensili, strumenti da scrittura come lo stilo, le tavolette di cera e i rotoli di papiro. Questo tipo di pitture ci regala, a duemila anni di distanza, uno spaccato unico, prezioso ed estremamente dettagliato della vita quotidiana del tempo, che viene puntualmente verificato e confermato dal confronto con i ritrovamenti archeologici. È il caso delle nature morte ritrovate sul bancone del termopolio (un locale simile alle nostre tavole calde) riportato alla luce nella Regio V di Pompei, nelle quali gli animali rappresentati (un gallo e due anatre germane) erano probabilmente macellati e venduti nel locale, come indicano i frammenti ossei, pertinenti le stesse specie, rinvenuti dentro i recipienti ricavati nello spessore del bancone stesso e riservati ai cibi destinati alla vendita.
Né si possono dimenticare, accanto alle famose scene erotiche dei bordelli, piccanti e fortemente realistiche, le pitture di carattere apotropaico, quali le rappresentazioni di Priapo, utilizzate contro il malocchio o per auspicare fertilità, benessere, buon commercio e ricchezza. A Pompei ne vediamo due esemplari: uno all’ingresso della Casa dei Vettii e l’altro, di recente scoperta, in una dimora di pregio su via del Vesuvio, in cui il figlio di Zeus e Afrodite (secondo altre versioni del mito il padre potrebbe essere invece Ermes, o Ares, o Adone oppure Dioniso) pesa su una bilancia il membro enorme, conferitogli da Era per vendicarsi del rapporto adulterino del consorte con la dea della bellezza e dell’amore.

Grande pittura anche lontano da Roma

Uno degli straordinari ritratti del Fayyum: quello di Aline, conservato al Neues Museum di Berlino

Al di fuori di Pompei e dell’Italia gli esempi di pittura forse più notevoli si trovano a Dura Europos, nell’odierna Siria, e in Egitto. Nel primo caso, gli affreschi furono realizzati nella stanza di una domus ecclesiastica che fungeva da battistero: sono probabilmente le pitture cristiane più antiche giunte fino a noi, datando intorno al 233-256 d.C. Nel secondo, si tratta degli eccezionali ritratti del Fayyum – dal nome del luogo dove furono ritrovati -, databili tra il I secolo a.C. e il III d.C. e conservatisi perfettamente grazie al clima particolarmente secco e asciutto. Realizzati su tavola di legno con due differenti tecniche, a encausto (usando cioè pigmenti misti a cera fissati a caldo) o con la tempera d’uovo, gli oltre 600 dipinti residui raffigurano persone facoltose, spesso di giovane età. I ritratti venivano applicati sui sarcofagi dei defunti, oppure direttamente sul bendaggio che avvolgeva il loro corpo imbalsamato, al fine di eternarne le fattezze oltre la morte. Queste opere, di qualità spesso straordinaria, offrono un eccezionale quadro d’insieme dei costumi, delle acconciature, dell’abbigliamento e dell’aspetto fisico di questi Romani d’Egitto. E sebbene realizzate da artisti ignoti, nulla hanno da invidiare ai capolavori dei più grandi ritrattisti moderni.

I segreti dei pittori romani e pompeiani in mostra a Bologna

Un focus approfondito sulla pittura romana, e pompeiana in particolare, è offerto dal Museo civico archeologico di Bologna, dove dal 23 settembre 2022 al 19 marzo 2023 è allestita la mostra “I Pittori di Pompei”. Curata da Mario Grimaldi e prodotta da MondoMostre, l’esposizione presenta oltre un centinaio di opere provenienti dal Museo archeologico nazionale di Napoli, la cui collezione conserva la più grande pinacoteca dell’antichità al mondo.
Protagonisti della mostra sono gli straordinari esempi di pittura provenienti dalle domus pompeiane, tra cui quella del Poeta tragico e dell’Amore punito. Suggestive sono anche le ricostruzioni di interi ambienti, come quelli della Casa di Giasone e della domus di Meleagro, con i suoi grandi affreschi con rilievi a stucco, che immergono il visitatore nei colori e nelle scene raffigurate sulle pareti. Ma l’attrattiva forse maggiore dell’esposizione è la sua capacità di far rivivere, per la prima volta, anche gli artefici di tali capolavori: i pictores e le loro botteghe. Raccontandoli attraverso gli strumenti del mestiere e le tecniche sopraffine, l’esposizione bolognese ne esplora anche la condizione sociale ed economica, per apprezzarne appieno il ruolo rivestito nella società del tempo. Il ricco catalogo è edito da MondoMostre. Per informazioni: www.ipittoridipompei.it.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 138 (ottobre 2022) del mensile BBC History e, con lievi varianti, sul numero 21 del mensile Civiltà Romana. ©TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

©Storie & Archeostorie – RIPRODUZIONE RISERVATA. VIETATA LA RIPRODUZIONE, LA RIELABORAZIONE E LA RIPUBBLICAZIONE IN QUALSIASI FORMA E MEZZO SENZA AUTORIZZAZIONE E SENZA CHE SIA CITATA LA FONTE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...