ARCHEOMOSTRE / L’arte del reimpiego: da eredità del passato a risorsa per il futuro

Una splendida mostra alla Fondazione Prada di Milano ripercorre attraverso una sessantina di opere d’arte il tema del riuso di antichità greche e romane dal Medioevo al Barocco. Un’indagine inedita e potente, che considera il classico non solo come un’eredità del passato, ma come un elemento vitale in grado di incidere sul nostro presente e futuro. A cura di Salvatore Settis e Anna Anguissola con Denise La Monica.

Frammento di rilievo con il trono di Saturno Età giulio-claudia (metà del I secolo d.C.) marmo Parigi, Musée du Louvre, Départment des Antiquités greques, étrusques et romaines, MR 856 (Ma 1662) © 2022. Musée di Louvre / RMN-Grand Palais / Photo: Hervé Lewandowski / Dist. Foto SCALA, Firenze

A novembre ha aperto i battenti alla Fondazione Prada di Milano una mostra di straordinario interesse. Si tratta di “Recycling Beauty”, una fitta esposizione aperta fino al 27 febbraio 2023 che propone un’intrigante e inedita riflessione sul tema del riuso delle antichità greche e romane in contesti post-antichi, dal Medioevo al Barocco. E lo fa attraverso una sessantina di opere antiche provenienti da alcuni dei più prestigiosi musei e enti nazionali e internazionali esposte nell’originale ed efficace allestimento ideato da Rem Koolhaas/OMA, già artefice, sempre con Fondazione Prada, di “Serial Classic” e “Portable Classic”, presentate a Milano e a Venezia nel 2015.

Con la sapiente curatela di Salvatore Settis e Anna Anguissola, coadiuvati da Denise La Monica, la mostra parte dalla necessità di considerare il classico non solo come un’eredità del passato, ma come un elemento vitale in grado di incidere sul nostro presente e futuro. Si tratta di temi come la serialità, il riuso e il riciclo nell’arte, strettamente legati alla nostra concezione di modernità ma che testimoniano anche la persistenza di alcuni valori, categorie e modelli classici, al di là del tempo e dello spazio. Attraverso un innovativo approccio interpretativo e modalità espositive sperimentali, il patrimonio antico, e in particolare quello greco-romano, diventa quindi, per usare le parole di Settis, “una chiave di accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo”.

Il reimpiego? Una risorsa


Nonostante la sua rilevanza culturale e la sua ampia diffusione, il reimpiego di materiali antichi è stato al centro degli studi archeologici solo di recente. Solo negli ultimi anni è stato approfondito il dato essenziale di questo fenomeno, ovvero la relazione visuale e concettuale fra gli elementi antichi riusati e il contesto post-antico, lontano da quello di origine, in cui sono stati inclusi. “Recycling Beauty”, al contrario, intende focalizzare l’attenzione sul momento in cui il pezzo antico abbandona la propria condizione iniziale o di rovina e viene riattivato, acquistando nuovo senso e valore grazie al gesto del riuso.

Ogni elemento di reimpiego non solo modifica il contesto in cui è inserito, ma ne viene a sua volta modificato in un meccanismo di reciproca legittimazione e attribuzione di senso. Esplorare la natura fluida e molteplice degli oggetti d’arte che nel tempo cambiano per utilizzo, ricezione e interpretazione equivale a riflettere sulla natura instabile e trasformativa dei processi artistici.

Dittico consolare di Manlio Boezio 487 d.C.,
reimpiego nel VII–metà VIII secolo circa
avorio, tempera
Brescia, Museo di Santa Giulia, inv. MR 5769
© Archivio Fotografico Civici Musei di Brescia – Photo Fotostudio Rapuzzi


Come spiega Salvatore Settis: “Il reimpiego comporta la convivenza di diverse temporalità, dove distanza storica e simultaneità narrativa ed emotiva s’intrecciano di continuo. I marmi antico-romani appartengono allo stesso orizzonte culturale di chi li riusa, e dunque appropriarsene è sentito come naturale. Ma la dimensione-tempo sfugge alla sequenza calendariale; è instabile, può essere manipolata e piegata […]. Perché prelevare dalle rovine un rilievo, un vaso, un capitello? Perché trasportarlo altrove per inserirlo entro un nuovo contesto? Le risposte esplorate negli ultimi decenni vanno in tre direzioni complementari: il reimpiego può avere valore memorativo (volto al passato), fondativo (diretto al presente), o predittivo (orientato al futuro). In mancanza di documenti è spesso difficile decidere quale di queste intenzioni prevalesse di caso in caso; ed è ben possibile che esse fossero simultaneamente presenti. […] Cuore e stimolo del gesto del reimpiego è spesso, o forse sempre, ‘inserire il passato nel futuro’, come sostiene Reinhart Koselleck, prevederne o determinarne gli sviluppi. Il nuovo contesto assorbe quel che reimpiega, ma deve (e vuole) lasciarlo riconoscibile anche mentre (anzi, proprio perché) se ne impadronisce”.

Immagine della mostra “Recycling Beauty”. Fondazione Prada, Milano. Foto: Roberto Marossi / Courtesy: Fondazione Prada


Il progetto espositivo, concepito da Rem Koolhaas/OMA con Giulio Margheri, si sviluppa in due edifici della Fondazione, il Podium e la Cisterna, come un percorso di analisi storica, scoperta e immaginazione. L’allestimento del Podium invita i visitatori a confrontarsi con gli oggetti esposti con diverse intensità. Un paesaggio di plinti bassi in acrilico permette di percepire i pezzi esposti come un insieme, mentre le strutture simili a postazioni di lavoro incoraggiano un esame più ravvicinato grazie alla presenza di sedie da ufficio. Nella Cisterna i visitatori incontrano gli oggetti gradualmente, in una sequenza di spazi che facilitano l’osservazione da punti di vista alternativi: dall’altezza di un balcone, alla prospettiva ristretta di una stanza costruita all’interno di uno degli ambienti esistenti. Alcune parti del progetto provengono da materiali di precedenti mostre ospitate alla Fondazione Prada. Le basi in acrilico, ad esempio, sono state utilizzate per la prima volta nel 2015 per “Serial Classic” e aggiungono una dimensione spaziale al tema chiave di “Recycling Beauty”.

Il passato: un fenomeno instabile in costante evoluzione


L’allestimento intende marcare il grande valore artistico e storico delle opere presentate, ma anche dimostrare come queste siano il prodotto di migrazioni, trasformazioni ed evoluzioni di senso. Evidenziando l’importanza dei frammenti, del riuso e dell’interpretazione, il progetto espositivo contribuisce a considerare il passato come un fenomeno instabile in costante evoluzione. Questo percorso stratificato ospita oltre sessanta opere d’arte altamente rappresentative provenienti da collezioni pubbliche e musei italiani e internazionali come Musée du Louvre di Parigi, Kunsthistorisches Museum di Vienna, Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, Musei Capitolini, Musei Vaticani e Galleria Borghese di Roma, Gallerie degli Uffizi di Firenze e Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Immagine della mostra “Recycling Beauty”. Fondazione Prada, Milano (Foto: Roberto Marossi / Courtesy: Fondazione Prada). Ricostruzione del Colosso di Costantino (2022), a scala 1:1 (h 11,06 m).
Una collaborazione tra Musei Capitolini, Fondazione Prada e Fundación Factum
Ideato da Claudio Parisi Presicce. Prodotto da Factum Arte.


Un gruppo di opere testimonia come, sebbene le immense rovine di Roma dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente si riducessero in frantumi nel giro di poche generazioni, quei residui fossero visti come un vasto repertorio capace di custodire e rinnovare valori e simboli latenti dell’antichità. Alla statua colossale di Costantino (IV sec. d.C.), una delle opere più importanti della scultura romana tardo-antica, sono dedicate due sale della Cisterna. Due monumentali frammenti marmorei, la mano e il piede destro, normalmente esposti nel cortile del Palazzo dei Conservatori a Roma, sono accostati a una ricostruzione del Colosso in scala 1:1, mai tentata prima, che evidenzia come l’opera sia il risultato della rielaborazione di una più antica statua di culto, probabilmente di Giove. Questo progetto è il risultato di una collaborazione tra i Musei Capitolini, Fondazione Prada e Factum Foundation, la cui supervisione scientifica è stata seguita da Claudio Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali. Dopo la mostra, il Colosso verrà esposto ai Musei Capitolini.

Coperta dell’Evangeliario di Ada
1499 (coperta), ante 326 d.C. (cammeo)
legno di quercia, argento, doratura parziale, incrostazioni di gemme (coperta); sardonica a tre strati (cammeo)
© Wissenschaftliche Bibliothek der Stadt Trier, Hs 22


Un altro nucleo di lavori riflette su come la trasformazione di opere d’arte antica in elementi di decorazione, pur danneggiando la loro integrità e il loro contesto originario, ne abbia paradossalmente assicurato la conservazione. Ne sono due esempi la mensa marmorea, con rilievo della vita di Achille (IV secolo d.C.) e decorazione cosmatesca (XIII secolo) che dal Duecento al 1743 decorò l’ambone di Santa Maria in Aracoeli a Roma e il cratere dionisiaco in marmo (I secolo a.C.) firmato dallo scultore ateniese Salpion e riutilizzato come fonte battesimale nella Cattedrale di Gaeta.

Cambio di significati

Alcune opere presenti in mostra indagano le ragioni funzionali, politiche o religiose del reimpiego di antichità, anche se il significato originario degli oggetti riusati non veniva quasi mai inteso. È il caso del gruppo scultoreo di età ellenistica del Leone che azzanna un cavallo (IV secolo a.C.), che nel Medioevo viene collocato sul Campidoglio e diventa allegoria del buon governo cittadino. Ne è un esempio anche il riuso di monumenti sepolcrali antichi decorati con scene mitiche che nessuno sapeva più ‘leggere’, se non come generica testimonianza della grandezza di un impero scomparso o della sconfitta del paganesimo. Fra questi, sono presenti in mostra un sarcofago dionisiaco di Cortona (II sec. d.C.) reimpiegato nel 1247 come sepolcro del beato Guido, e un’urna etrusca (II secolo a.C.) riciclata nel XII secolo a Pistoia per custodire le reliquie di San Felice, ma senza riconoscerne la raffigurazione, incentrata sul mito fondatore delle Olimpiadi.

Gruppo di un leone che divora un cavallo
IV secolo a.C.
marmo pentelico
Roma, Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori, inv. S 1366
Archivio Fotografico dei Musei Capitolini
© Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali


L’instabilità semantica dei manufatti antichi reimpiegati, ovvero la loro continua mutazione di significato, è illustrata in mostra da un rilievo funerario (I secolo d.C.) un tempo esposto in facciata della Casa Santacroce a Roma. Le iscrizioni aggiunte nel XV secolo interpretano le figure dei defunti come Honor, Amor e Veritas. Incorporare in un nuovo contesto questo rilievo significava non solo rendere omaggio all’arte romana, ma soprattutto trasformare quell’antica raffigurazione in un moderno modello di condotta morale. È lo stesso principio seguito nel Quattrocento da chi collocò sette antiche teste maschili scolpite nel marmo sulla facciata di Palazzo Trinci a Foligno, trasformandole in allegoria delle sette età dell’uomo.

Tra riscoperta e rinascita

Altre opere esposte in “Recycling Beauty” descrivono la riscoperta o la rinascita di manufatti antichi che da rovine dimenticate o da trascurati elementi del passato diventano prestigiosi oggetti da collezione, innescando così un duplice processo di dispersione e concentrazione.
È ciò che successe due volte alla stele funeraria “del Palestrita” (450-430 a.C.) che rappresenta le figure di un atleta e un efebo. Arrivò nell’antica Roma dalla Grecia come oggetto di collezione, riemerse nella raccolta di un cardinale nel primo Cinquecento, ma nel 1701 venne tagliata in due e obliterata e finalmente ricomposta nel 1957 ai Musei Vaticani.

Stele funeraria del palestrita
450–430 a.C.
marmo pentelico
Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Gregoriano Profano, inv. MV.559
Foto © Governatorato dello Stato della Città del Vaticano – Direzione dei Musei

Un viaggio ancora più tortuoso, intrecciato all’emergere del fenomeno del collezionismo di antichità, è quello dei tredici frammenti scultorei dei Troni di Ravenna. Sono tutto quel che resta di ventiquattro lastre databili alla metà del I secolo d.C. che raffiguravano i troni vuoti di altrettante divinità attese a banchetto: un tema di remote origini mesopotamiche che avrebbe poi raggiunto l’iconografia cristiana e buddista. A partire dal XII secolo, una parte dei rilievi iniziò a circolare in piccole città (Biella, Treviso, Foligno), e solo più tardi in grandi centri d’arte come Venezia, Firenze, Roma, Milano, Fontainebleau e poi Parigi. Per la prima volta, “Recycling Beauty” mostrerà tutti insieme i rilievi superstiti, in originale o (nei pochi casi di frammenti non trasportabili) in calco.

Donatello
Protome di cavallo (Testa Carafa)
post 1454
bronzo
Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 4887
Su concessione del Ministero della Cultura – Museo Archeologico Nazionale di
Napoli


Un altro nucleo di opere esposte esplora il cortocircuito tra diverse temporalità che si innesca quando oggetti d’arte sono scambiati per antichi, pur essendo di età moderna. Un famoso esempio è la mirabile testa di cavallo realizzata da Donatello a metà Quattrocento per l’arco di Castelnuovo a Napoli, che fino a poco più di vent’anni fa era ritenuta di età greco-romana. Ricerche condotte nel cantiere di “Recycling Beauty” hanno poi mostrato che anche la statua detta “di Paride”, già collocata su una guglia del Duomo di Milano e creduta di età romana, va invece datata nel Cinquecento.

A sinistra: Nicolas Cordier, La Zingarella 1607–1612 riuso di una statua dell’inizio del I secolo d.C. marmo pentelico (tunica), marmo bigio antico e marmo bigio morato (mantello), bronzo (testa, mano destra, piedi) Roma, Galleria Borghese, inv. CCLXIII Su concessione della Galleria Borghese, photo Luciano Romano
A destra: Nicolas Cordier Moro Borghese tra il 1607 e il 1612 calcare nero (testa antica, iride), calcite bianca (occhi), marmo nero (torso antico, collo moderno, braccia, gambe), marmo rosso (tracolla di epoca moderna), alabastro (parti della tunica di epoca moderna), marmo giallo antico, marmo verde e alabastro a pecorella (cintura, calzature, plinto e frange della tunica; tutti di epoca moderna) Parigi, Musée du Louvre, Départment des Antiquités greques, étrusques et romaines, inv. MR 303
© 2022. Musée du Louvre / RMN-Grand Palais / Photo: Hervé Lewandowski / Dist. Foto SCALA, Firenze


Nel vasto processo di devastazione e di progressivo oblio di gran parte dell’arte grecoromana si sono spesso salvati solo gli oggetti ritenuti particolarmente preziosi. Tra questi, sono presenti in mostra la statua bronzea di un Camillus (I secolo d.C.), donata al Comune di Roma da Sisto IV nel 1471, e una coppia di opere di età barocca, il Moro Borghese e La Zingarella, ricomposte a Roma dal francese Nicolas Cordier mescolando frammenti antichi a
parti di sua creazione. Le due statue erano insieme dal primo Seicento nella collezione del cardinale Scipione Borghese, mentre oggi il Moro è al Musée du Louvre a Parigi e La Zingarella alla Galleria Borghese a Roma.

Tazza Farnese
II–I secolo a.C.
cammeo in agata sardonica
Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 27611
Su concessione del Ministero della Cultura – Museo Archeologico Nazionale di
Napoli

Altri oggetti in mostra, infine, possono essere catalogati come veri e propri tesori sopravvissuti all’opera di distruzione del tempo. È il caso della Tazza Farnese (II-I secolo a.C.), il più grande cammeo in pietra dura dell’antichità arrivato fino a noi. Questo manufatto ellenistico, straordinario per materiale, tecnica e dimensioni, passò di corte in corte, attraversando grandi distanze geografiche, dall’Egitto a Roma e Bisanzio, poi in Persia e di nuovo in Occidente e spostandosi tra alcune delle più importanti collezioni di antichità del Medioevo e dell’età moderna, tra cui quelle di Federico II e Lorenzo il Magnifico.


In occasione della mostra “Recycling Beauty”, Fondazione Prada ha realizzato un ampio volume illustrato. Attraverso un saggio, sedici testi critici, quattro approfondimenti specifici e un’ampia raccolta di schede e apparati scientifici, il tema del riuso in ambito artistico e architettonico viene analizzato da diverse prospettive storiche, artistiche e filosofiche con lo scopo di delinearne una storia e riconoscere la continuità o la consonanza di queste pratiche con pensieri e sperimentazioni del nostro presente.

Fonte: Fondazione Prada


INFORMAZIONI

Recycling Beauty

Milano, Fondazione Prada (Largo Isarco 2)

17 novembre 2022- 27 febbraio 2023

T. +39 02 5666 2611
INFO@FONDAZIONEPRADA.ORG
www.fondazioneprada.org/

©STORIE & ARCHEOSTORIE. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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